Bologna. C’era pieno di neve, sulla strada, e gli spalatori l’avevano ammassata contro i margini e le mura delle case dove poteva finalmente sciogliersi adesso che il sole era comparso e la bufera finita. Una bambina, nella grande luce, aveva visto una pallina gialla dentro la neve e l’aveva tirata fuori. Come quella bambina, ho pensato, è fare poesia.
Vedere tutto, sentire tutto.
Ma anche conoscere, conoscerlo con candore, il mondo, che non significa, sia chiaro, affrontarlo con superficialità, anzi, tutto il contrario, equivale a sprofondare nelle cose.
Sono strumenti. Scusatemi. Scusatemi tutti.
Pensare cosa sia la poesia mi manda ai matti. Il poetico e la poesia cambiano a seconda del punto di osservazione, da chi ascolta. E io credo che oggi si scriva anche eccezionale poesia, credo che esistano testi capaci di potentissimo lirismo, che certo devono essere diluiti dall’autore in quella pasta dentifricia che il libro rappresenta.
Pensare cosa sia la poesia dovrebbe spingerci verso gli esiti definitivi, verso un’onestà piena: dobbiamo finalmente capire quanto scrivere sia simile a defecare.
Sì. A Sedersi davanti al lettore e tirare via sperma, piscio, feci. Tutto. Questo è il candore utilizzato come categoria ermeneutica ed esplorativa. La purezza a cui sento di aspirare.
Io amo cibarmi di arte violenta. Perché amo ciò che è disarmato, in cui l’autore è pronto a inabissarsi dentro il solco dell’umano, spesso nel modo peggiore possibile, per raccontare.
Ecco, io credo che sia sempre una questione che riguarda il racconto, la poesia, che il racconto avvenga per immagini o per concetti poco cambia, quando questo è completo.
Un racconto completo è, nell’opinione di chi scrive, un racconto che sappia essere violento: da Sade al Sartre de Le mosche, da Santa Giovanna dei Macelli alle maschere di Olivier de Sagazan, a Houellebecq, a Siti, Tondelli, Tadini, L’Altrella, Arrivabene e via dicendo. Questo mi interessa esperire. Opere che, con Barthes, siano di sconvolgimento, non di borghese e noiosa conferma, né tantomeno di intrattenimento.
Non c’è feticismo in ciò. Nessuna traccia. Credo semplicemente che la vita stessa sia una cosa violenta, e che la poesia, fin dalla sua fondazione dionisiaca, debba seguire questa strada, in cui l’osceno possa manifestarsi ed essere raccontato. Credo dunque che i versi debbano essere cronaca del rimosso e che fare arte sia un gesto di candida partecipazione al novero dei viventi.
Con Byung-Chul Han: «l’arte deve sconcertare, disturbare, inquietare, anche saper far male. È da qualche altra parte. È a casa dell’estraneo». Ma vedo attorno a me un’opera costante di rimozione, di piccole emozioni, di storia personale. La storia degli umani è storia della carne, la propria, quella della preda, la testa del nemico. Comunità tribali e comunità primitive sono forse quelle più interessanti sotto il profilo della purezza, per come qui la si racconta. Sono sapiens non toccati dalla tecnica più becera, quella foraggiata dalla filosofia positivista.
Ci sono, secondo Robert Eisler, due possibilità per gli uomini, seguire il destino (che poi è anche l’origine) di cacciatori – raccoglitori o seguire Cartesio fino ai suoi esiti maggiormente catastrofici. Tradurre tutto questo in poesia può apparire un gesto impossibile e non lo dico con eccessiva retorica, unendo la mia voce al coro delle tante prefiche che questa frase ossessivamente pronunciano. Credo anzi che scrivere sia un gesto reso impossibile dal rumore dominante in cui il capitalismo ha trasformato la scrittura.
Siamo bombardati di scrittura. Siamo bombardati dal poetico, sembra assalirci dalle vetrine, dai libri di scuola, dagli shampoo, non c’è un gesto che non sia dominato e guidato dalla scrittura di qualcuno, di qualcosa: la pubblicità ha creato macchine linguistiche che ci assillano e ci soffocano. Anche sappiamo che scrivere e significare sono cose completamente diverse come diverse sono il significato e la significanza.
Sono tempi violenti, e avere eraso dalle nostre volontà e dal quotidiano la violenza non basta a sanarla in noi, né a catalizzarla ma è invece il miglior modo per farla espandere senza controllo, per renderla esplosiva.
Il fatto stesso di essere corpi strappati da altri corpi nel sangue è parte del rimosso che la società barra come osceno. Il parto è una mattanza da cui gli occhi civili sono dispensati. Film, libri, strumenti di divulgazione, addirittura la letteratura medica raccontano il prima e il dopo, gli eventi esterni, ma la scena, la sala operatoria, sono luoghi off limits, dove al massimo, se ha stomaco, è consentito l’accesso al marito.
Da questa tortura viene fuori ciò che vive, e piangendo.
Freud non è sufficiente, pure per i lettori accaniti, Lacan e Jung lo illuminano e, di tanto in tanto, lo superano addirittura, soprattutto ai fianchi (razionalismo e onnipresenza sessuale). Ogni gesto umano radicale riguarda la secrezione, così con la maternità e la paternità, così nei rapporti sessuali, così nell’accudire i genitori. Potremmo dire che chi ti ama sopporta i tuoi umori, le tue secrezioni.
Ecco, raccontarle queste cose. Concentrarsi sui doni della secrezione. Il premio è l’uomo nuovo, colui che riparte, che trova la possibilità di una lingua, di un dialetto, per parlare tra gli umani.



Cos’è? Un discepolo di linguaglossa?
Per guardare negli occhi l’ombra ci vuole coraggio: il coraggio della verità. Poesia è anche questo attraversare senza rimuovere, per superare e proseguire il viaggio nell’abisso del cuore, alla ricerca del mistero del Sé.