[Gn 11,1-9; Rm 8,22-27;At 2,1-11; 1Cor12,3-7ss; Gv 20, 19-23]
?Quando percepiamo la realtà, lo facciamo sempre a partire dalla nostra esperienza, che, però, essendo, appunto, la nostra esperienza, in quanto tale, è limitata e frammentaria. La percezione della realtà, quindi, risulta frammentaria e la realtà percepita, è percepita come frammentata. Solo il frammento è a portata del nostro pensiero. Tanto, che ci convinciamo che quel frammento sia tutta la realtà, e il nostro modo di percepirla sia l’unico possibile. In questo modo di concepire il mondo, radichiamo la nostra ricerca di identità. Siamo bisognosi di identità. La cerchiamo e la stabiliamo, cercando continuamente di definire, di porre confini, di autodeterminarci, di stabilire una identità chiara ed evidente. E ci imbattiamo subito in una apparente contraddizione: ricerca di unità e constatazione di differenza.
Che identità può mai venire fuori se non riusciamo ad andare oltre i nostri frammenti? E possono questi frammenti essere portatori di unità?
È quanto descritto nel racconto di Genesi. Gli uomini nella piana di Sennaar comprendono, esprimono la loro voglia di identità affermando (v.4): “facciamoci un nome”. Farsi un nome è darsi una identità, “per non disperderci”. È una identità che parte da se stessi e su se stessi rimane. Eppure, sembrava che ci fosse unità di linguaggio, facilità di comunicazione, ma mancava il nome; mancava,cioè, una identità in cui riconoscersi.
Tutta un’altra cosa è la logica di Dio. La confusione delle lingue non è la punizione per aver osato sfidare il cielo, ma per aver osato autodeterminarsi in nome soltanto di se stessi, a partire da una uniformità di espressione. Una sola lingua è una sola visione della realtà, uniformata e univoca. È la mia visione della realtà, uniformata e univoca. Non importa se la mia visione della realtà è anche nostra. È l’atteggiamento proprio dei totalitarismi. Facilità di identificare, di riconoscere come proprio. Poco importa se questa identità risponda realmente ad un riconoscimento di sé: l’importante è stabilire una qualche forma in cui abitare e far abitare le proprie attitudini. È necessario stabilire dei confini, un dentro e un fuori per potersi chiamare dandosi un nome. Nel racconto di Genesi 11, si parla di “emigrazione”, cioè di uno “spostamento”, cioè di uno “spiazzamento”. Come è possibile uno spiazzamento, se non si modifica la propria visione della realtà?
Altra logica è quella di Atti. La Pentecoste non appare come un ristabilire lo stato originario di uniformità. Le lingue di fuoco si dividono e si posano su “ognuno di loro”, dando a ciascuno la propria identità. Ognuno, però, parla “altre” lingue, non una stessa lingua. La propria identità non è autocostituita, ma è donata. Non sono io che mi “faccio un nome”, ma il nome mi viene donato. È l’irruzione del dono che costituisce il cambiamento. La mia identità non è a partire da me stesso ma si determina in nome dell’altro che dona. La mia identità è accoglienza, del dono, di chi dona, e di me che sono oggetto del dono. La mia identità è relazionale. Non si pone qui o lì, ma fra. Si pone, cioè, nell’intreccio relazionale che mi permette di incontrarmi mentre incontro l’altro e non a prescindere o nonostante l’altro. È l’alterità che fa di me ciò che sono. L’alternativa, il porre, cioè, la mia identità in ambiti di riconoscimento identificati di volta in volta, per esempio su basi etniche o ideologiche, porta inevitabilmente al conflitto. Lo stiamo vedendo in questi drammatici giorni in cui la Babele si chiama Russia e Ucraina. Quello che sembra un conflitto “in difesa” del territorio, rivendicato o realmente difeso, altro non è che un tentativo di imporre una propria identità, assolutizzandola e ritenendola l’unica modalità possibile di esistenza. E allora si parla di tradizioni, di valori, di etnia.
L’unità del genere umano non è data dall’uniformità della comprensione del mondo, ma dalla pluralità della visione e della interpretazione. La novità è che, a partire dalla diversità, si può comunicare ed è possibile la comprensione. Perché ciò accada, è necessario che il dono resti dono; cioè, che l’altro resti altro. Pentecoste è la nascita dell’identità di ognuno a partire dall’alterità, è il formarsi del mio nome a partire dal nome dell’altro, è il delinearsi del mio volto a partire dal volto dell’altro.
Questo è amore, questo è l’Amore.
Solo l’amore è la chiave che possa garantire l’accesso al dono. L’amore è la porta che apre all’altro. È l’unico movimento fondamentale e necessario per diventare uomini. È il solo cammino di Dio verso l’uomo e dell’uomo verso Dio ed è cammino di rivelazione.
Questo “spiazzamento” porta a nuove relazioni: con Dio, con il mondo e con me stesso.
– con Dio: possiamo chiamarlo “Abbà”. E Abbà è termine relazionale. Indica un rapporto. In Cristo, la relazione ha preso corpo e concretezza, delineando il volto di Dio nel seno stesso dell’umanità. Ora, con la Pentecoste, questa relazione si compie, non esaurendosi, ma aprendosi a spazi di conoscenza sempre nuovi, sempre rinnovati dall’irruzione di alterità che è Dio stesso.
– con il mondo: a partire dall’alterità, l’identità non è più ostacolo all’accoglienza, anzi, di questa si connota la cifra stessa della mia identità. In una Europa così convoluta sul proprio ombelico, così affannata in difesa della propria identità, la Pentecoste è rivoluzione, perché permette un nuovo umanesimo. L’altro non è più colui che infrange l’uniformità, unica espressione di identità, ma è, anzi, colui che permette di leggere la mia identità a partire dalla pluralità di letture della realtà. Io non sono semplicemente io, ma sono un noi. Questo è il linguaggio dell’amore. Non si alzano muri, ma si apre la porta.
– con se stessi: “intimior intimo meo” (s. Agostino) non è un rintanarsi in intimità inviolabili in cui l’altro, chiunque egli sia, non abbia accesso. È, forse, lo scoprirsi fatti di realtà altra che si fa più me di me stesso. La mia identità, risiede, è stabile, è liberata, nella relazione. Relazione con l’Altro, relazione con l’altro. Essere se stessi è, forse, l’accettare per sé il fuoco in cui ardere. Da questo incendio, la maturazione di umanità nuova. Dal mio bruciare, l’incendio della Storia. Una Storia salvata.


Essere se stessi è, forse, l’accettare per sé il fuoco in cui ardere
Osservazione profondissima! Per rinascere nello Spirito occorre inabissarsi nelle acque del Battesimo, mortifere e vivificanti allo stesso tempo, e lasciarsi purificare da quella “fiamma d’amor viva” di cui parla San Giovanni della Croce nella sua bellissima poesia.