Babele, di Raffaela Fazio

La parola è un ponte verso l’interiorità e verso l’alterità. Come ogni strumento umano, deve essere al servizio della vita, non il contrario. La parola non va idolatrata, né strumentalizzata o reificata. Eppure, il rischio della deriva è sempre presente. Ce lo ricorda, ad esempio, il racconto archetipico di Babele. Il vero dramma di Babele è la perdita del senso dei rapporti interpersonali, a causa dell’omologazione e dell’utilitarismo. Il popolo che costruisce la torre, subordinando a tale ambizione fagocitante ogni altra attività quotidiana, è una massa uniformata, oggi potremmo dire “robotizzata”, che usa una lingua sola, una lingua meramente funzionale, che ha annullato ogni legittima specificità. Ecco perché l’Eterno interviene, reintroducendo la diversità (simboleggiata dalla pluralità delle lingue), ovvero la coscienza vitale dell’alterità, e restituendo alla parola la sua più autentica vocazione. Solo così essa può tornare ad essere una realtà capace di rinnovarsi e di rinnovare.

 

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