20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

Devo dire la verità. E’ più facile scrivere poesia che leggerla. Nonostante, come ripeto spesso, sono più orgoglioso delle cose che ho letto che di quelle che ho scritto, mi sta diventando faticoso leggere la poesia. E’ accaduto come se mi fossi anestetizzato. Qualcosa deve accadere tra me e il testo perché riesca a scriverne. Ecco, così mi è capitato leggendo Passeggeri solitari (Edizioni La Gru, 2022) di Stefano Lorefice. Intanto, questa raccolta è un esempio raro di poesia-in-prosa. Mi faccio aiutare dal saggio di Claudio Crocco e, infatti, trovo conferma che la “poeticità” non deriva dalla presenza del verso ma dal “contenuto e dalla struttura enunciativa del testo.”

Gli ignoti malfattori si erano introdotti alle tre del mattino, nessun furto, nessun danno; solo due caffè ristretti senza zucchero. Poco da aggiungere, poco da obiettare. La bellezza di questa scrittura di Lorefice sta nella “effrazione di significato” che le parole subiscono mentre il filo del discorso si dipana. Dopo la perdita, però, la riemersione di un senso rinvigorito che proviene dall’insieme valenziale dei periodi. D’altra parte, ritrovo, non so se l’autore lo potrà condividere, la mia idea di poesia per ciechi. Anche questa di Lorefice è una poesia che parla agli occhi, descrive allo sguardo. Mi sembra banale scrivere che ho pensato a certe immagini di Edward Hooper. Mi lancio, invece, in un’associazione più funambolica. Questa è una poesia nouvelle vague. Dal testo ti arriva fin dentro il corpo il fremito di una folle passione trattenuta o confinata. Sembra non si muova, eppure il suo elemento base è la fuga. Sì, c’è del fuoco in questa poesia. Con la poesia non si può bleffare. Lorefice è un poeta sincero, che senza trattarli, conosce i dolori della terra. E senza mai pronunciarla, pratica la misericordia.

 

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