“Così l’anima invoca un soffio di poesia” – poesie scelte di Rita Pacilio (Marco Saya Edizioni)
Prefazione di Vittorino Curci
Le opere d’arte sono cose. Anche le poesie. La poesia in quanto cosa oppone resistenza alla lettura che consuma senso e emozioni, come capita coi gialli o i romanzi più accessibili, dice il filosofo sudcoreano-tedesco Byung-Chul Han. Sono certo che con questo libro di Rita Pacilio il lettore potrà fare esperienza di una lettura che non consuma senso e emozioni ma, come sempre accade con la buona poesia, li moltiplica.
La voce di Rita Pacilio viene da un luogo intimo e indifeso ha scritto Davide Rondoni, il quale ha giustamente sottolineato anche la qualità di misura e di potenza emblematica di questa voce che, a mio avviso, è tra le più significative della poesia italiana contemporanea. I testi raccolti in questo volume lo dimostrano chiaramente: l’istinto poetico e la soggettività prorompente di Rita sono davvero unici e inconfondibili; la sua poesia è ricca di gamme figurali tornite con maestria, di stilemi ritmici lessicali e sintattici che corrodono e sfaldano i confini della lingua allo scopo di capire quanto sia reale l’invisibile.
Una delle meraviglie di questo libro è per me la compattezza della scrittura, pur nell’ampio scarto temporale che separa i testi più recenti da quelli più remoti. Il soffio vitale che dà forma ai versi di questo libro è intriso di una spiritualità irradiante che risulta nuova e antica allo stesso tempo. Una spiritualità non indifferente al mondo, come dimostrano tutti i componimenti qui raccolti. Ma c’è dell’altro. Questa auto-antologia esprime la fragilità e la forza di una femminilità aliena da languori sentimentali e tutta concentrata sulla ricerca di una intensità verbale e di una pronuncia esatta che cattura immediatamente l’attenzione del lettore: Nella pancia ho un albero / su ogni ramo un uccello capovolto… Ci vuole fegato per fingersi / vivi… Forse siamo in tempo / per alzare gli occhi al soffitto chiuso / farci tornare la voglia del mondo / prima che qualche pezzo di cielo / possa scomparire per sempre.
Le opere d’arte sono cose, dicevo all’inizio. Queste cose cominciano a vivere quando scopriamo l’utilità dalla loro inutilità (è uno dei grandi insegnamenti che ci hanno lasciato gli antichi greci). È a partire da questo momento luminoso che possiamo esplorare a fondo la nostra natura e capire veramente qualcosa dell’arte. Per il filosofo Alva Noë, prese a sé le opere d’arte sono qualcosa di morto, mero rumore, oggetti inutili. Le restituiamo alla vita quando riflettiamo su di esse, ne parliamo, ne godiamo. In altre parole, le opere d’arte sono sempre delle domande e mai delle risposte. E questo è più che mai vero davanti alla metafisica trasparenza di questo libro che possiamo leggere e rileggere senza mai esaurirne la portata.
Nel nostro tempo dominato dal nichilismo e dalla tecnica – che investono in modo capillare le nostre vite – il mondo viene sempre più risucchiato in un vortice di non-cose che disincarnano la realtà. Il capitalismo delle informazioni è il trionfo della volontà di potenza a cui viene asservito l’uomo stesso. In un mondo così devastato dai nuovi modi di lavorare, pensare, comunicare, desiderare, comunicare, la poesia non può accettare che la vita sia pura immanenza. E allora, al pari delle altre arti, deve recuperare tutte le sue forze e rimettersi in cammino. Il processo creativo, lo sappiamo, è per sua natura vertiginoso, caotico, inafferrabile. In esso le forze in campo (la ragione, l’immaginazione, la sensibilità, gli impulsi, le visioni, le suggestioni) sono in continuo movimento. Per governare tutto questo, il poeta deve essere pronto ad affrontare le situazioni più complicate. E può farlo soltanto lavorando con rigore e disciplina. Nella poesia di Rita Pacilio tutto ciò si vede e si raggruma in un’idea di poesia intesa come faticosa ricerca, attraverso il linguaggio, di un atto rivelativo che rigeneri la nostra appartenenza a una società sia pure in declino. Ritornando a Byung-Chul Han: La cultura ha la propria origine nella comunità. Essa trasmette i valori simbolici alla base di ogni comunità. Più la cultura diventa merce, più si allontana dalla propria origine. La commercializzazione e mercificazione totale della cultura provoca la distruzione della comunità.
Conosco Rita da molti anni (dal 2006) e per diverse ragioni – tra cui la comune passione per la musica afroamericana – mi sento molto vicino al suo modo di concepire e praticare l’arte poetica. Il mio auspicio è che questo suo libro incontri, in gran numero, i lettori che merita.
Noci, 8 marzo 2023 Vittorino Curci
Quarta di copertina
[…] non leggevo da tempo poesie contemporanee di questa dolorosa arcana bellezza e di questa meravigliosa attonita grazia. Le ho lette, l’una dopo l’altra, affascinato e commosso dalle immagini, dalle metafore, dalle invenzioni linguistiche, dagli snodi tematici, dalle intuizioni di quella che è la voce segreta e lancinante della sofferenza psichica […] lei ci dona testimonianze inaudite e indimenticabili.
Eugenio Borgna

