a cura di Luca Pizzolitto
(…) Questo intreccio di etica ed estetica è un tratto caratterizzante di Giappi, profondamente convinta della funzione anche civile della poesia, pur scevra da ogni schematismo ideologico. Toccando la storia con mano lieve, Giappi sta sempre dalla parte giusta, che è poi quella dell’umanità, della pace, della civiltà: il Tibet oppresso, le Due torri abbattute, la Terrasanta in fiamme.
Se la piazza “piazza coperta di sangue e di fiori” si fa il luogo fisico di una polarità di fondo, “sangue su neve” è l’immagine che fissa lo stato d’animo di un rosso amore che “fiorisce”, nel bianco inverno: un apparente ossimoro, una sintesi rivelatrice.
Non dirò del linguaggio se non della sua trasparenza ed esattezza, frutto (immagino) di uno strenuo lavoro di lima e soprattutto (ne sono certo) di un addestramento interiore, di un’autoeducazione al culto della parola precisa e semplice, direi nuda come la verità.
Pietro Gibellini (dalla quarta di copertina)
(neanche i boschi hanno prospettive)
Prendi i frutti di questa stagione
rossi, viola: nemmeno loro
hanno prospettive di perennità.
Considera quindi il sole,
che a Helsingborg dura più che altrove,
ma che poi trapezoidale affonda
nel turchese. Allora perché proprio noi
dovremmo temere l’impossibile
eternità delle cose che diciamo
e che sentiamo scorrere.
*
(la piscina)
Di anno in anno i villeggianti
sono dimezzati, difficilmente
si potranno riparare i tavoli,
ancora meno le mani e i volti.
Eravamo qui quando la radio
annunciò il crollo delle Torri:
i giorni inconsapevoli erano finiti.
Gli uomini soli guardano con insistenza
la vita degli altri, parlano con lingua ispessita.
Salpano in sordina battelli e scafi.
Ogni cosa passerà.
*
(novembre)
Seguiamo l’unica strada possibile,
quella del lungo procedere a ponente
verso la casa del digiuno che sovrasta
un terreno inutilmente arato,.
Piovano foglie, avvampino cataste,
battano i rabdomanti la regione:
niente caveremo da questa nebbia.
*
(la perfezione del giorno)
Ubbidisco all’ora, alla stagione,
mi ritiro nella stanza:
ma spazia lo sguardo alto sul colle
nell’indiviso respiro del senso
e leggo nel tuo volto familiare
la certezza del giusto protendersi del mare,
la perfezione del giorno in una mano.
*
(questo amore)
È un cibo da consumare al sole
questo amore ha la gloria la solenne povertà
dei sovrani caduti dei soldati bambini
che muoiono cantando.
Eppure figure ragionevoli
popolano la scena
qualcuno chiama altri salutano
uno suona la fisarmonica
sotto le mie finestre.
*
(la fine del bosco)
Sto qui, non mi sovrappongo alle forme
al tramonto: ho conosciuto la fine
del Bosco, il punto dell’ultimo bivacco
dove la foce si ordina ed espande.
Non temo i silenzi del tempo
– l’odore dello scempio li accompagna –
assolvo le mancanze,
tra foglia e foglia distinguo bacche trionfanti.
*
(la vita sottile)
La vita mia è fragile e sottile
come le finestre sulla Senna:
la segue vigile lo sguardo di Dio
a cuor leggero tra i vicoli e le piazze.
Alessandra Giappi, bresciana, laureata in lettere all’Università di Padova con Silvio Ramat, insegna antropologia culturale all’accademia di belle arti LABA di Brescia e tiene seminari di poesia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Ha pubblicato: La forza delle cose (1987), Il fuoco e la misura (1992), Nel vento millenario (2002), Il canto della terra (2005).
In ambito critico si è occupata della figura di Mario Luzi e del tema del sacro e del mito nella poesia del Novecento.


Parola cristallina, respiro ampio, versi musicali…davvero belli.