
Si è affermata negli anni, ed è ormai riconoscibile, una linea poetica che fa risuonare una nuova e consapevole identità femminile attraverso la parola erotica. La raccolta Subbuglio (i Quaderni del Bardo) di Alessandra Peluso, recuperati dal 2020 proprio per questo, è esemplare di questa espressività. Donna/ beata solitudine/ dell’inquietudine// nessun uomo mai/ migliorarla saprà/ solo di escrementi la copre// mentre lei femminea/ scopre la linea della Verità/pavoneggiandosi saffica. Davvero, niente di confrontabile con poetiche che, pur trovando apprezzamenti, rischiano di portare, alla maniera di Marziale (appunto, non c’è stato già lui?), l’erotismo al livello della parafilia.

Interessante è che, in ogni caso, ci troviamo in un’epoca in cui le streghe son tornate. Ma non in senso persecutorio. Bensì, nell’interpretazione antropologica di Giorgio Galli, che vede un intreccio intimo tra avanzamento della libertà nelle sue forme democratiche e l’emancipazione femminile. La poesia della Peluso sta dentro questo corpo a corpo in cui l’arcaico-maschile fa resistenza all’inaudito-femminile. La poesia è la lingua che più risente di questo incontro di genere che è anche scontro di civiltà.
Non è un caso che il corpo è sempre protagonista. Cosa fa la differenza tra poesia e poesia (non mi permetto di giudicare cosa non è poesia)? La differenza la fa il respiro umano che inserisce il verso dentro un mondo e da un’anima al corpo. Mentre la parola erotica oggettivizzata è aliena a sé stessa (pur essendo esplicita ha bisogno della tutela intellettuale) e il corpo è pura carne (ri)prodotta (perché del sesso ne fa una parodia). La poesia della Peluso sta nel mondo dell’erotismo quale medium di civiltà. Sta fuori dal sacro, inteso come fredda e distante liturgia di potere. Sta dentro una delle forme della santità. Che, come si sa, è sempre mistica e sensuale.
