Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”.
Ecco un esempio di questa “ospitalità”: nei versi che seguono, dietro i quali c’è una figura concreta, mio nonno, il ricordo di gesti reali si intreccia al corpo di una lingua nata con una sua “musica interiore”; perché il “canto”, per me, un canto netto, inconfutabile, è un’altra componente di quel mistero di cui ho detto sopra.
Fibra spiegata, un solo truciolo
di mani intente a imprimere alla polvere
l’oasi felice del tuo fare,
così sedevi accanto al tumulo di terra
dove il fuoco bruciava per tre giorni.
Era la tua alchimia di lecci, il loro farsi
nel cono cavo della carbonaia accesa
braci di un’altra stagione
da vendere a due lire per il pane;
erano mani incallite
e dita che affilavano il tempo,
ne custodivano il segreto
nel nitore esibito di ogni taglio.
In ogni taglio leggo le tue mani,
nei nomi tumulati all’ombra
dei tuoi lecci, nelle oasi segrete
che a buon mercato cedono le loro ombre
ai margini di un’appartata, polverosa strada.
Luca Campana (Fermo, 1980) insegna materie letterarie nel Liceo classico “Francesco Stabili” di Ascoli Piceno ed è Cultore in Storia dell’arte contemporanea del Dipartimento di Studi umanistici dell’ Università di Macerata. È autore della raccolta poetica Fioriture invernali (InternoLibri 2021) e del saggio La stella che sorge dal mare. Un’interpretazione di Carlo Michelstaedter (Il Poligrafo, 2019). Ha curato l’antologia di poesie di Carlo Michelstaedter Poesie d’amore e d’altri mari (InternoPoesia 2023).


Che bella e suggestiva descrizione!