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La parola ai poeti. Luca Campana

Voglio provare a suggerire attraverso una storia cosa significa per me questa parola, “poesia”. Nella storia c’è un bosco, e dentro il bosco un corpo forte e veloce che ne insegue un altro, più debole e lento, in fuga disperata e senza direzione. In breve il corpo debole e lento sente che l’altro gli è vicino, anzi gli è sopra, lo ha raggiunto, lo afferra. Ecco allora che in lui, nelle sue viscere, dal fondo di quel suo sentirsi soggiogato, affiora una voce, un’ultima parola, un grido scagliato contro l’ineluttabile soccombere; è allora che il corpo cambia forma, mette radici nella terra, le costole e i polmoni si aprono, il petto lascia spazio a un tronco che si staglia verticale, le braccia a rami, foglie, fiori. In questo nuovo perimetro di terra e aria, di radici e foglie e libertà rivendicata, c’è qualcosa che ha a che fare con l’essenza della poesia, qualcosa che ritrovo in ogni poeta in cui mi imbatto attraversando il mio bosco: soprattutto ha a che fare con ciò che chiamo ispirazione, la possibilità di trasformare il corpo della lingua, di saldarlo alla terra e all’aria che gli stanno intorno, di liberarlo. Tutto questo è paradossale e insieme magico, in fondo è un mistero, ma è una storia che in maniera implicita si ripete nelle pagine di tutti i poeti, radici libertarie, fatte di fiato. Nel mio caso specifico la profondità in cui trovo radicamento è connessa agli affetti, ai libri che amo, agli studenti che incontro, al paesaggio dei monti Sibillini, al nodo inestricabile di luoghi e lingua che è l’infanzia. Ma quella forza insondabile che ispira obbedisce a leggi tutte sue, e spesso ti attraversa in situazioni che mai avresti detto fertili, in cui però finisci per riconoscerti, proprio grazie alla parola, quando senti che lì, in quella sequenza di sillabe, c’è qualcosa che tiene, un terreno “ospitale”. Continua a leggere

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