[Mt 21,33-43]
Forse è nella natura umana la ricerca di acquisizioni tacitanti la coscienza. Tendiamo naturalmente a stabilire delle ordinate sistematizzazioni in cui incasellare l’esistente e i significati che dell’esistente indicano il senso.
Altrettanto naturalmente, tutto ciò che non rientra ( cioè, che non facciamo rientrare) nelle nostre sistematizzazioni viene tenuto fuori, viene scartato, perché inutile, ingombrante o, peggio, pericoloso per la tenuta dell’intero sistema.
Tanto è radicata questa tendenza che non ci facciamo scrupolo di assecondarla neanche quando si tratta di affrontare ciò che non è sistematizzabile, ciò che è oltre ogni sistema e ogni sistema scardina.
Non ci interessa se queste nostre sistematizzazioni siano o meno feconde e rispondenti al senso ultimo di ciò che pretendono di contenere. Non ci interessa la nostra evidente sterilità. Ci appaga solo l’idea di poter governare e possedere anche ciò che è ingovernabile e oltre ogni possesso.
Solo di questo siamo appagati e la nostra coscienza acquietata.
E così ci riempiamo la bocca e la testa di “coerenza”, di “verità”, di “tradizione”; e perdiamo di vista l’essenziale: siamo solo lavoratori in una vigna che non è nostra.
Nella logica del possesso della verità non c’è posto per la diversità, di nessun tipo. Non c’è posto per una interpretazione che sia diversa da quella che potrebbe essere sovversiva dell’ordine costituito.
La pietra scartata è diventata testata d’angolo.
Chi, in questo ordine, non trova posto o è stato scartato diventa perno fondante la nuova costruzione. Abbiamo perso l’audacia del rischio e non vediamo che spesso è da chi è ritenuto ( o si ritiene) “fuori” che arriva una sferzata di aria fresca per chi è (o si ritiene) “dentro”. E il rischio è quello di non possedere ciò che, pure, ci è stato affidato. Il rischio del non possesso è il rischio dell’esilio, cittadini di un mondo a cui non apparteniamo, che non ci appartiene, e che, pure, ci è stato messo nelle mani. La pietra scartata rivitalizza l’intero edificio e lo rende stabile nella sua instabilità, forte nella sua fragilità, stabile, nella sua provvisorietà.
Dal Signore è stato fatto questo ed è meraviglia ai nostri occhi.
Non è un atto rivoluzionario, frutto di angherie subite, mirante a scardinare un sistema: è l’atto di proprietà del padrone della vigna. È l’affermazione della ingovernabilità della sovrabbondanza di amore, fonte di ogni verità, misura di ogni coerenza, sostegno di ogni tradizione.
È l’affermazione dell’impossibilità di possedere e di rinchiudere in sistemi la straripante fecondità che da quest’amore deriva.
I vignaioli omicidi non vengono puniti con la morte, semplicemente, vengono messi di fronte alla loro stessa logica: viene loro tolto il possesso di ciò che pensavano di aver posseduto. Le loro sistematizzazioni risultano per ciò che sono: vuoti contenitori.
I loro giudizi si ritorcono contro loro stessi: la pietra scartata è messa a reggere l’intera costruzione.
Siamo capaci di vedere ancora questa meraviglia che si compie davanti ai nostri occhi?


L’eterno umano confronto, combattimento,tra il padrone e i servi (o schiavi);
Chi vuole imporsi e chi ribellarsi.
CHI SA FARE IL PADRONE sa dare soddisfazione ai suoi servi,e chi ricambia per tale gentilezza nel “comandare”,dedicandosi con il massimo impegno nei confronti del gentile padrone!
Un po’ come quelle dei TALENTI messi a frutto da quell’onesto e premuroso custode del “Tesoro” affidatogli dal Padrone !
Un po’ la morale della nostra esistenza…
…Esempio che dovrei seguire!…
Riscoprire il dono è la chiave di volta.
Grazie ancora per questa intensa rilettura.