La parola ai poeti. Fabrizio Bajec

Alle nostre partenze

di Fabrizio Bajec

 Invitato gentilmente a testimoniare per la rubrica “La parola ai poeti”, ho ritenuto più attuale e conforme a un certo modo di essere non parlare della mia produzione passata e presente, ma piuttosto interrogare la poesia di un altro, attraverso lo spettro di una via spirituale, lo zen, sperando di non uscire troppo dallo spirito del blog. Mi avvolgo per questo dell’esperienza maturata in una quindicina d’anni di pratica buddista.  

Durante tutta la tua vita
non puoi essere sicuro
di vivere abbastanza a lungo
per prendere un altro respiro”.

                                                                                                                         Houang-po

 

È incollata da qualche anno alla parete destra del mio gabinetto, la poesia-meditazione che mi piacerebbe commentare brevemente, come se si trattasse di un Sutra[1] da recitare per una cerimonia serale, prima di andare a coricarsi.

Seduto o in piedi, mi capita ancora oggi di rileggere questo testo sulla morte firmato da un certo Lama Gendun Rinpoche, scomparso nel 1997.

Chi se ne va?

Chi resta?

Queste sono le prime domande da porsi seriamente. Ma percorriamo subito questa suggestiva poesia in forma di rosa, come un calligramma, un fiore offerto agli esseri transitori che siamo.

Senza venire, senza partire

Questo corpo non sono io
Non sono limitato da questo corpo
Sono la vita infinita ed eterna
Non conosco né nascita né morte

L’oceano, il cielo e i milioni di stelle
Sono solo la chiara manifestazione della mia mente
originaria
Sono sempre stato libero
Nascita e morte non sono che le porte
Attraverso le quali passiamo
Soglie sulla nostra strada
La nascita e la morte sono
Solo un gioco a nascondino
Allora ridiamo insieme
Dammi la mano, è un semplice addio
Ci rivedremo
Alla fonte suprema

Colui che non parte più e che ha finito di arrivare è naturalmente il Tathagata, il Così-venuto. Non conosciamo la sua origine né la sua destinazione finale. Dopo aver fatto la straordinaria scoperta che nessuno nasce né muore veramente, il Buddha Shakyamuni toccò la terra, la chiamò a testimoniare, senza il minimo timore di perdere nulla. Mai più. Compreso l’effetto della sua Realizzazione. Ho attaccato questa poesia vicino al WC per ricordare a me stesso che non sono un involucro di carne, ma che non sono completamente separato né dalle mie deiezioni, né dalle varie costruzioni mentali, del resto. Le saluto, “ci vediamo presto”, dico, col sorriso sulle labbra, perché so di non lasciarle per davvero, fino alla prossima occasione di Presenza a me stesso. Sarà necessario tagliare e ritagliare attaccamenti e illusioni che ricrescono come le teste dell’Idra di Lerna. Fino a quando un giorno non potrò recidere quella di mezzo. Questo è il secondo voto del bodhisattva che i praticanti dello Zen cantano per rafforzare il loro impegno. Qual è l’origine di questa difficile separazione? L’identificazione, per abitudine ancestrale, con una personalità e una forma fisica, ovviamente. Per tornare all’immagine della toilette, dobbiamo constatare che siamo tutti lì dentro (!), da quando, bambini, abbiamo avuto coscienza della nostra principale spada di Damocle: sembra che dormiremo per sempre. Ma direi dalla nascita, perché per far meglio le cose, non avremmo dovuto vedere la luce ! La Bibbia parlava di fango o argilla per modellare l’essere umano. È molto più bello. D’altro canto, la buona notizia è che la Spada di Damocle può svanire. Abbiamo davanti a noi un lavoro mostruoso per capire chi siamo veramente prima che sia troppo tardi. Siamo sia il vuoto sia la perfetta Unità di tutti i fenomeni. Il maestro cinese della dinastia Tang, Houang-po, precisa : « la nostra natura originaria è vuota, onnipresente, silenziosa, pura, è una gloriosa, misteriosa e pacifica gioia ».  Integrarlo a livello intellettuale non ci aiuterà molto. È il Cuore che deve realizzarlo. Alcuni non si sentono presi in causa da questo mistero da risolvere. Buon per loro. Se ne andranno con una preoccupazione in meno, senza però sapere che sono sempre stati lì. Non nei guai, ma (e questa è l’altra faccia della medaglia) nella “fonte suprema”.   Immagino questo testo meditativo composto per accompagnare un malato terminale, che il vecchio Lama doveva conoscere, o forse ispirato al Bardo tibetano, lo stato tra la vita e la morte (o tra due vite, per chi lo preferisce). Il cuore del mio primo maestro si fermò, una volta, nelle docce di un campeggio. Non gli piaceva la poesia e deve aver trovato questa forma di scrittura piuttosto vana. In fondo, cosa si può aggiungere alla realtà, se non manca nulla? Perché decorarla? Me lo sono chiesto ultimamente. La poesia ha tuttavia permesso di trasmettere fino a questo secolo gli antichi scritti di tutte le tradizioni spirituali, compreso lo Zen. Un’amica, che andavo a trovare più spesso durante l’ultimo stadio del suo cancro, mi fece questa predica: «soprattutto non bisogna smettere di scrivere, perché scrivere è memoria ». Immagino che stesse parlando anche di memoria storica. Ma non potevo garantirle nulla, dato che anche in questo ambito (e ancor più con la poesia) non c’è nessuno nella cabina di pilotaggio. Potrei concludere dicendo che la poesia è insomma la memoria dei popoli. Allora quale lezione trasmettono i versetti sopra citati?  Eccoci qui. Ed è ironico, ma è proprio fermarsi la grande lezione, finché si è in forma. Esercitarsi a smettere tutto, a sedersi in silenzio, allenarsi all’immobilità, a stare quieti (diceva il saggio indiano Ramana Maharshi).

Morire il più spesso possibile nel corso della giornata, molto prima del riposo notturno. Semplicemente per imparare a vivere al 100%. Bel paradosso!

Lo zen sta tutto qui (o quasi). Si toglie uno strato dopo l’altro, per viaggiare leggeri quando sarà giunta la nostra ora.

*

Fabrizio Bajec (1975), italo-francese, vive a Parigi e scrive nelle due lingue. È autore delle seguenti raccolte di versi: Corpo nemico (in « Ottavo quaderno di poesia italiana contemporanea », Marcos y Marcos, 2004), Gli ultimi (Transeuropa, 2009), Entrare nel vuoto (Con-fine, 2011), La cura (Fermenti, 2015), La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018), Sogni e risvegli (Amos/A27, 2021). Alcuni in doppia versione e pubblicati in Belgio, Svizzera e Francia.  Le sue poesie sono presenti in diverse antologie e riviste, e tradotte in spagnolo e svedese. Ha inoltre tradotto in italiano i versi del poeta belga William Cliff: Il pane quotidiano e altre poesie (Edizioni Torino poesia, 2007), Poesie scelte (Fermenti-Fondazione Piazzolla, 2015, Premio Città di Trento Oltre le mura, 2018), Materia chiusa (Elliot, 2020). Il suo primo romanzo, Transizione, è uscito nel maggio del 2020 per i tipi di Unicopli.

Ha iniziato la pratica della meditazione nel 2008, frequentando varie scuole e tradizioni buddiste (zen vietnamita, buddismo theravada, zen sôto giapponese). E’ stato ordinato monaco nel 2022 e ha ricevuto la trasmissione del dharma (shiho) dal maestro Bernard Senryû Deverrière nel maggio 2023.

[1] Insegnamenti del Buddha sull’etica e la pratica meditativa. Si dividono in sermoni del Piccolo e del Grande Veicolo.

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