La parola ai poeti. Elisa des Dorides


Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla mia poesia ed io ci provo, lo prendo come esercizio di messa a luce di un mondo che mi appartiene ma non troppo.

Sì perchè la poesia non è mai solo di chi la scrive.

Iniziando l’articolo mi è venuta voglia di chiedere protezione a penne che amo come quella di Nella Nobili, l’operaia che della sua povertà ha fatto tenerezza di sostantivi e morbide immagini luminose; avrei desiderio di scomodare anche la timidezza, l’ironia e il tormento di Leopardi dilaganti nella sua lingua che immagina e illude; vorrei spostarmi tra le aporie di Remo Pagnanelli con tutti i suoi inni e le fughe impossibili; sentirei il bisogno di sbilanciarmi ed essere contaminata dalle sperimentazioni di linguaggio di Patrizia Vicinelli.
La lista potrebbe continuare ancora e ancora.
Procedere per citazioni di altri, però, non aiuta davvero a formulare una propria verità ed è tempo di affermarci come individui, autorizzandoci ad essere ciò che siamo. E allora, ecco, con la poesia il mio ‘io’ abbraccia il ‘noi’: questo poiesis che ci chiede la fame e non ci sfama, perchè è con il languore che ci allunghiamo sui giorni.

 

Ci abitano sensazioni che chiedono di essere liberate. Lo faccio con la penna su un foglio di carta per ascoltare il piacere fisico delle dita che stringono la penna e sentire lo sgomitolare dei pensieri che scivola fuori e trova la sua posa.
Non esiste ispirazione fulminante o divinazione speciale ma esiste la presenza di parole che premono. Mi arrivano in un momento imprecisato del giorno come un torrente crepitante che ha necessità di travolgere ed essere attraversato.
Scrivere è prendere parte, con il proprio corpo e la propria presenza di spirito, alla collettività vicina e lontana, nota e sconosciuta. Coscientizzare e collettivizzare il reale immaginando anche l’impossibile per creare prospettive e nuovi occhi per osservarle: questa è la mia spinta, la presa sull’orizzonte che voglio.
Ha forza la parola, ha energie espandibili e rinnovabili la sua lettura. La condivisione e il confronto dell’atto poetico rimanendo permeabili e aperti, infatti, è un atto di resistenza e di rivoluzione.
Riva interna, la poesia è relazione con i pezzi di noi stessi e degli altri, con l’ambiente che ci ospita, con le cose materiali e immateriali. 

 

Come ci stiamo nelle cose se non le sentiamo?
Che sapore avrà il pane domani se non ne immagino il profumo toccando il marmo di un tavolo qualunque?

Sarò in grado di riconoscere il mio viso tra vent’anni se non avrò osservato lo sconosciuto grinzoso che non mi somiglia affatto? 

 

Luna

Di chi è il desiderio
questo sacerdote sgonfio nel canale broadcast
in attesa dei suoi minotauri scalzi
la corte è vuota
affollano le domande
siamo falli ricurvi a terra
col sole a godere al nostro posto
gli incisivi del capitale sulla testa
i vampiri senza occhi nel meridione dello stomaco
essere ad un passo da casa
e non avere proiezione sul futuro
sono questi i poeti nel salottino privato
dimmi, è questa la battaglia?
Come si impara dalla fame
a desiderare il languore
il territorio ci abita una geografia da parco giochi
e le onde fanno un orizzonte senza orlo
cerco la punta degli alberi
il coraggio solo della luna.

Nella gioia del tolto

Dire il fiore del silenzio
oltre l’eco del fare:
il rito del perdersi,
ritrovamento terreno.
Non proteggiamo ciò che deve essere mangiato
con lo stomaco un breviario di incisioni
e la fame che chiede risposte al dolore.
Allora mi consegno
e consegno anche le parole al buio:
saranno altri a procedere
nell’avambraccio del giorno
per riverbero di senso lasciato.
Numerosi pesci arrivarono ad aggrapparsi
alla sottana di un Cristo frammentato.
La logica degli ultimi,
la gioia del tolto,
la verità del non dire
e procedere scalzi nonostante.

Ora d’aria

Tutti questi esseri umani pastorizzati
non hanno scelto di venire al mondo
il nostro è un ricordo viziato dal buio
ma lo sguardo ha bisogno di posarsi
per mutare le cose che chiedono trasformazione:
affacciamoci là fuori alle onde invisibili.
Il cavallo prende la regina
l’artefice torna sui suoi passi
esteso il corpo parla alla mente.

I carcerati siedono su piccole sedie di scuola
quando ridono alzano le spalle quasi oltre le sbarre.

Una parte di noi è rimasta via.

Elisa des Dorides è una copywriter e social media manager di 37 anni che vive e lavora tra le colline marchigiane. Ha studiato e lavorato per sette anni a Torino. Nel 2019 ha pubblicato la sua prima silloge poetica Nereidi per Italic Pequod. Alcuni suoi inediti sono presenti nell’antologia di giovani poeti marchigiani Lo spazio e l’onda, edita da Seri Editore e in diverse magazine online come L’Inverso, Atelier Poesia, Poeti Oggi. Ha vinto il “Premio Letterario Paesaggio Interiore” di Ascoli Piceno.

 

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Un pensiero su “La parola ai poeti. Elisa des Dorides

  1. S&R

    Una poesia che entra nella trama della vita, che è azione, sogno che si incarna nelle vene e nel sangue della realtà.

    Rispondi

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