di Andrea Temporelli
Mario De Santis, Corpi solubili, PordenoneLegge-Samuele editore, 2023
I versi di Mario De Santis, cronache da un desolato occidente votato alla consunzione, esistono mentre si negano nella loro natura poetica: evitano ogni eccesso, in obbedienza al clima (parola chiave) della nostra epoca. La poesia lancia gli ultimi barbagli luminosi mentre si scioglie nella prosa.
In una sorta di diario in cui la memoria cancella e confonde, con un incedere sempre più prosastico, per accumuli, si sedimenta una musica di fondo, la voce del tempo che si nutre dei nostri corpi solubili. La storia è ben presente, ma è un’eco lontana, e quando sembra passare la sua lama a pochi centimetri da noi viene registrata come un dolore anestetizzato, con una lucidità che non vacilla, non genera sopratoni: la voce non perde il suo timbro pacato e netto. I surriscaldamenti verso un registro più tragico sono quindi piuttosto limitati; il tessuto del discorso si increspa rare volte e assorbe con disinvoltura anche gli spunti lessicali più preziosi, parole in inglese, in particolare, ma anche citazioni, frammenti soprattutto da un repertorio popolare di canzoni, o più rari intrecci fonici (“nel game dei gameti”, “dell’osso o per os”, “Si smette di scommettere”, “la melma muta di schiuma”). Il flusso della quotidianità domina quindi sulle vicende: “L’obbligo a seguire, della storia, ciò che se ne genera / non interessa più a nessuno, nemmeno a noi la nostra. / Le previsioni meteo alla tivù sono l’unica trama: la tempesta / dura da ieri, non era attesa e non era nemmeno un futuro” (p. 34). Non si cerca la scena allegorica, la situazione altamente emblematica: la bufera montaliana non ha più senso. Del resto, lo stesso Montale intraprese a suo tempo il rovesciamento del tragico, avviando la sua seconda stagione creativa. Le rinunce a questi effetti di superficie sono ancora più nette, in De Santis: non emerge, malgrado una prosodia consapevole, uno scheletro metrico, né compaiono rime, neppure dissimulate: eventuali occorrenze saranno casuali, e in ogni caso non squillano, non segnalano nulla. Il testo non si appoggia ad alcun elemento costruttivo verticale. Tali rinunce a effetti di superficie, che rendono meno riconoscibile il testo in quanto poesia e quindi accettano un primo approccio alla raccolta meno redditizio, si direbbero necessari in vista di una maggiore profondità di voce, di una consapevolezza pacifica e drammatica insieme: l’assenza di trauma, nella nostra epoca, è il trauma stesso da registrare, e la sua registrazione sarà possibile solo con una strumentazione dimessa, non aggiornabile rispetto alle mode. Il soggetto, pienamente novecentesco, non si azzarda a recuperare posture eroiche, non ipotizza alcun riscatto (“non essere niente, / invece che fare teatro dei disastri o di piogge inattese”). E viene in mente Vittorio Sereni, sicuro riferimento anche nel percorso poetico pluridecennale dei Corpi solubili: “Questa è la musica ora: / delle tende che sbattono sui pali. / Non è musica d’angeli, è la mia / sola musica e mi basta”.
Un passo oltre sia rispetto al diarismo montaliano, ancora intarsiato da reperti della prima maniera, sia rispetto al petrarchismo sotteso alla sintassi sereniana, il procedere di De Santis non nega tuttavia il tragico, lo vuole semplicemente diffondere, stemperare, narrare in sordina. Si approfondisca in tale prospettiva il senso dell’abitare che ritorna di pagina in pagina, che ha il valore di una resistenza, seppur residuale. Le città sono slavate, percorse da commerci insensati che sommano solitudine a solitudine, in una lunga teoria di nomi stranieri; gli appartamenti sono cosparsi di medicinali; Milano è quasi rovesciata, tra flussi sotterranei e di superficie, in un viavai senza senso, sebbene il profilo della morte sia teatralizzato e rimosso insieme (si veda A chi abita nei pressi del Monumentale manca…, una delle poesie che più tentano un affresco memorabile e metaforico). L’effetto complessivo è perciò di una poesia esistenziale e civile insieme, ma in un impasto così omogeneo che lirica e risentimento si mescolano e si azzerano a vicenda: i passaggi più folgoranti restano come spari attutiti dal silenziatore. L’io si è sciolto nella comunità: eppure c’è, era un presupposto innegabile. La raccolta si apriva infatti con versi emblematici: “Ho fissato per anni, al quarto piano di un palazzo, / due fabbriche di carta e pacchi e il rendez-vous degli operai”, per giunta in una poesia siglata 1983-2023. Ma, come se avesse rinunciato a quella vista dall’alto e a quella separazione, l’io è subito sceso a registrare dall’interno, con una lingua comune, i movimenti di una stagione umana che si vorrebbe conclusa, ma che non può esserlo. Il libro, che si avvale anche di riprese testuali dalle precedenti raccolte, nel suo chiudere un percorso creativo non mette affatto un punto finale, lascia anzi bruscamente interrotta l’ultima poesia, sigillata persino con una data futura.
Il rischio che corre questa poesia è di confondersi nel flusso vario ed eccessivo della comunicazione che diventa mero rumore, di perdersi nella musica assordante del nostro tempo, proprio per la rinuncia inziale a caratterizzarsi, a stagliarsi per densità simbolica e/o per ricerca formale. Ma l’accettazione di una condizione postuma nasce forse da un pegno di sincerità che ci contraddistingue, come spiegato, almeno dalla seconda metà del Novecento, se non fin dagli albori del secolo scorso. Stando alla sibillina indicazione con cui l’autore di Corpi solubili prende commiato dal lettore (“E adesso tutto ricomincerà, nel 1915”), pare che per procedere e districarsi dalla palude contemporanea sia necessario tornare indietro, riconquistare un nuovo punto di partenza: l’ultima poesia, quella lasciata interrotta, raffigura lo scrittore nell’atto di contemplare, in una fotografia della prima elementare, un sé stesso ignoto eppure indiscutibilmente presente nel tempo. Forse l’intero Occidente è chiamato a riconoscersi in una figura del proprio passato, a reinventarsi rituffandosi nel trauma originario. Forse la caduta nel buco nero è la via per la rinascita.

