

La durata dell’amore, il fare casa della poesia
Nel processo di costruzione di una identità (di un singolo individuo, di un popolo, di una nazione) e quindi della conseguente alterità (Dio, il mondo, tu, loro), il “fare” della poesia ci mostra una strada costellata di legittimi dubbi e paure ma anche attraversata da un mormorio indistinto che conviene seguire. La verbalizzazione – il testo che leggiamo e/o ascoltiamo chiamato ‘poesia’ – è il passo successivo, e la sua resa è intrinsecamente collegata alla capacità di ascolto.
Dando alla luce il mio primo libro, A questa vertigine, nel 2016, credevo che poesia fosse la giustezza di un attimo inscritto nella storia ma, al contempo, più grande di essa («c’è un silenzio più grande dei nostri anni», scrivevo). A quell’altezza, non avevo ancora fatto i conti con la “durata”, cioè con quella capacità di darsi un ritmo vitale di cui scrive magistralmente Peter Handke:
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.
Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
[…].
Incapace di esercitare una tale “intelligenza d’amore”, non potevo che andare incontro a una crisi dell’esperienza che, in poesia, si riflette sempre in una sclerosi linguistica: una parola condannata all’Evento ma senza avere le spalle abbastanza forti per sopportarne il carico. Il fatto è che, tutt’ora, non riesco a scindere l’esperienza della poesia da tutti quegli altri fattori che concorrono a determinare il vissuto di una persona. Una delle pochissime certezze che mi trascino dietro, forgiata dalle fiamme di molte controversie e catastrofi interne, riguarda proprio l’esperienza delle parole; ovvero la narrazione di noi e del mondo che intessiamo continuamente e che necessita, con altrettanta frequenza, di una “verifica incerta” (espressione che rubo a un’opera filmica di Baruchello-Grifi). È risaputo che nei momenti di stallo abbiamo bisogno di trovare ritmo; e ciò diventa possibile solo a patto di ribaltare la prospettiva, di essere in grado di consegnare a noi stessi (e agli altri) un altro punto di vista, un nuovo punto di vista. E che novità più dirompente e più poetica può esserci dello spostare il proprio mondo in un’altra lingua, non semplicemente traducendolo, bensì inventandolo ex novo?
Eppuru i stiddi fanu scrusciu, del 2022, non rappresenta solo il mio esordio in dialetto: è la risposta poetica all’incongruenza di una storia che non suona; è una nuova narrazione di Sé e del Mondo; è il sorgere e l’affermarsi di un’altra identità. E certamente non giungo a questo risultato per una via solitaria. La plaquette in dialetto coincide in buona parte con il mio essere testimone dell’apprendimento della lingua italiana da parte di stranieri che si trovano, stabilmente o solo di passaggio, nel nostro paese. Si potrebbe dire, col 100% di banalità, che imparare una lingua non è soltanto imparare una lingua. Per quanto mi riguarda, credo che in ciò sia implicita l’acquisizione di un altro modo di orientarsi nello spazio; o meglio, di “vedersi”, in un nuovo spazio che non è solo geografico e non è solo verbale, come una nuova soggettività. A partire dalle parole si impara a costruire una nuova identità e una nuova realtà, e se riconosciamo questo come un atto adamitico, allora diventa anche poetico. Ascoltando queste voci “straniere”, le loro storie e il desiderio di fare parte di una storia comune, sono riuscito ad ascoltare – di nuovo, e forse per la prima volta – la mia voce, e così a riappropriarmi del “fare casa” della poesia.
nta sta scena
c’è unu c’avi a me facci, i me paroli
vuautri vi n’ata jutu tutti pari
era n autru jonnu, n’autra vita
c’erunu stiddi, mi pari,
ddà cu ddà p’astutarisi
e ju parrava ca uci ro ventu
ricìa
Eppuru i stiddi fanu scrusciu
macari a menzionnu
a notti, amici, è na cosa longa
in questa scena / c’è uno che ha la mia faccia, le mie parole / voi ve ne siete andati tutti quanti / era un altro giorno, un’altra vita / c’erano stelle, mi sembra, / prossime a spegnersi
e io parlavo con la voce del vento / dicevo / Eppure le stelle fanno baccano / anche a mezzogiorno / la notte, amici, è una faccenda lunga
*
Pietro Russo (1986) è nato e vive a Catania. Insegna lingua italiana agli stranieri. Si occupa di poesia e di critica letteraria. Il suo primo libro di poesie, A questa vertigine (2016), ha vinto il Premio Violani Landi per l’opera prima. Nel 2022 ha pubblicato la plaquette in dialetto siciliano Eppuru i stiddi fanu scrusciu. Alcuni testi sono stati tradotti in Canada, negli Usa e in Germania. Nel 2023 ha curato, insieme ad Ana Ilievska, un’antologia della poesia siciliana contemporanea per Italica Press (New York & Bristol).
