La parola ai poeti. Luigi Finucci

Un rifugio necessario

Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, forse ne abbiamo bisogno per vivere.” 
Jon Kalman Stefansson

C’è un mondo intero, montagne altissime e mari gelidi noncuranti delle piccole cose quotidiane che interessano le nostre vite. C’è la morte sempre in agguato, una finitezza incessante che bussa alla porta delle nostre misere esistenze, eppure c’è la poesia, o meglio la parola. In molti devono vivere a lungo prima di trovare un luogo che possa essere chiamato “casa” o “rifugio”. Un luogo dove sentirsi al sicuro.

La poesia mi dà la stessa sensazione delle zone dell’infanzia, dove ogni oggetto sembra essere sacro. Ogni volta che mi interfaccio con Essa, mi ritrovo in questo limbo dove riesco ad attingere ai dolori più profondi, agli amori più grandi e alle paure di cui non riesco a parlare. Allora sento di entrare nel territorio della poesia.

È un rifugio, tra le sciocchezze che mi sfiorano nella vita di tutti i giorni; sento di essere un involucro e nella migliore delle ipotesi trovo necessario scrivere, cercare quelle parole. Mi donano un respiro d’aria fresca, un riparo che mi permetta di essere me stesso. Mi sento vivo. 

Per tutto questo, scrivo e leggo spesso poesie dove si entra nello spazio e nelle abitazioni degli inizi e dell’infanzia. 

Francesco Scarabicchi scriveva: “Così dunque si muore,/tra bisbigli/che non si sa afferrare” oppure “E dopo?/Dopo, semplicemente,/la vana solitudine del sogno” e sento tutta la cura per ciò che tenta di sopravvivere ma anche per quello che è destinato a scomparire. 

E mi capita allora di aggrapparmi a qualcosa per non perdermi del tutto, e trovo la poesia a tendermi la mano, salvandomi. Da cosa? Forse dalla morte o dalla non-vita.

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