La parola ai poeti. Angela Caccia

… che io 
neanche vorrei scriverne

Mi basterebbe capire
cosa acciacca certi
giorni il respiro
	l’urgenza di parole che si
	fanno giuste ma solo in
	rigida successione
		inabissate in un limaccioso
		o resti di bufere

Credo che una poesia nasca dall’urto di due precise mancanze: un dentro, di silenzio raccolto e pregno a cui difetta la chiarezza di un senso, e un fuori così rumoroso da ostacolarne l’ascolto. Due mancanze che tendono comunque ad integrarsi e, quando succede, la poesia diventa linguaggio: cuore nel cuore. Respiro nel respiro (Braga Dimitrova).

Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più, la citazione di sant’Agostino riguardo il concetto di tempo calza a pennello con la mia idea di poesia. Questa anguilla che sguscia tra le mani e, mentre rifugge una definizione univoca, lascia tracce di sé in ogni stagione della vita. Ho iniziato a scriverne per familiarizzare con quanto, nel bene o nel male, mi attraversava; l’ho accolta e sofferta: da adolescente scrivevo fiumi e fiumi di qualcosa che subito dopo stracciavo, e non solo per pudore o vergogna: mi sentivo in qualche modo intrappolata dalle mie stesse parole, ancora non immaginavo quanta ricchezza e complessità, quali sfuggenti sfumature possono coesistere nello stesso essere umano. Poi lo studio e gli incontri importanti mi hanno dato altre sfaccettature di lei, Cenerentola tra i generi letterari, che accosto ancora ad un brillante già lavorato: ad ogni taglio una precisa nuance ma dell’insieme colpisce la lucentezza che non restituisce un solo colore. Di lei immagino un cerchio che va formandosi in me con piccoli segmenti di coscienza accumulati negli anni e sorrido: se mai quel cerchio si chiuderà potrei ritrovarmi con la definizione basica di poesia: voce di un’ emozione, una costante più o meno implicita delle tante più geniali e colte concettualizzazioni.

Ciò che (mi) affascina e spaventa sono le scaturigini di quel “movimento”, etimo appunto di emozione: attraversa e si fa latore della prima parola che silenziosa spiana e poi si affratella e delimita e intride un preciso poetico.

Da lì ci si incammina “non si sa bene dove” ma, in fondo a un “non si sa bene cosa”, c’è un richiamo di pienezza. Lungo il percorso si gode di uno spazio, di un tempo e di un respiro che nessuno governa e su cui nessuno ha potere, per dirla con Cohen. Del resto, il concetto di passività in Maria Zambrano – che tra l’altro è da intendere come una vera palestra nel modo di pensare e di vivere il mondo – nel poeta si sostanzia in quel mettersi in ascolto e ospitare, semplicemente ospitare una realtà, nell’attuare, quindi, più un’accoglienza che una resistenza e, così, favorire la meditazione che trasborda in contemplazione. Tutto ciò, penso, restituisca la fragilità e la potenza del fare poetico.

Da lì ci si incammina e il percorso è impervio. Ininterrottamente. E, non solo perché, appena abbozzato, necessita di snebbiarsi, ma a causa della parola che, impigliata com’è nel suo significato, manca sempre. Sempre. Ecco allora che viene in aiuto la metafora, quel cercare qualcosa sotto qualcos’altro intrecciando connessioni, inseguendo apparentamenti in un rapporto di confidenza e intimità con le cose -con se stessi, le persone, le dimensioni del tempo, i sogni, finanche i desideri – perché la pienezza di vita sta in questa profonda estemporanea intimità ed empatia col circostante. Probabilmente, perché noi stessi, nella nostra essenza, saremo intimità ed empatia con e, fermarsi sulla pelle di un’emozione senza minimamente scalfirla o cercare di rabberciarle un nome, ci rende ulteriormente spauriti di una realtà, estranei, quasi nemici a noi stessi. Seduta in angolo scrissi i versi che seguono in un momento drammatico che avevo bisogno di focalizzare e ridimensionare il più possibile per contenerne la portata negativa e farmi coraggio

Stanzetta di pronto soccorso
la porta del mio colore preferito
è chiusa    al di qua
tutto acciaio e plastica
l’attrezzatura per un ammaraggio
su Marte -bip ossessivi 
tubi per flebo ad elefanti
luci intermittenti senza un Natale intorno
medicine allineate come soldati all'assalto
   Tu dormi
il capo su un cuscino di capelli bianchi
ti coccola il pigiama azzurro sereno
   Tu dormi 
tecnologia della giusta scienza     
nel cerchio che quadra - quel tuo respiro aspro 
paradossalmente
è la cosa più familiare che mi conforti

Chissà se dietro le palpebre 
ti brillano pianure
i passeri canticchiano appena e tu
nel bacio del primo sole
chissà se aprendo la porta arancione
entrassi anch'io nel tuo sogno

Il tempo si stratifica in noi. In me ha addensato un vissuto che a volte immagino come un vero e proprio paese in cui scorrazzerà l’anima che, non so perché, sento più giovane della mia età anagrafica. Pare non sia ruah il termine ebraico equivalente a quello italiano di anima, ma nishmat che il cardinal Ravasi, nel corso di un’intervista se non ricordo male, tradusse, in senso lato, “fiaccola per illuminare le camere oscure del ventre”.
Che sia un preciso lavoro da talpe quello di scrivere versi è indubbio, mi chiedo se non sia proprio un luccichio o una fiaccola a snebbiarne il cammino.

Ho chiesto alla famigerata intelligenza artificiale:

io – Dove si trova l’anima?

IA – Questa è una domanda profonda e filosofica. Alcune persone credono che l’anima risieda nel cuore, mentre altre ritengono che sia legata al cervello o a una dimensione spirituale. Qual è la tua opinione su dove si trovi l’anima?

io – Ma l’intelligenza artificiale non sei tu?…

IA – Corretto, sono un’IA, ma io non ho un’anima. Sono solo un insieme complesso di algoritmi e dati che lavorano insieme per rispondere alle tue domande. L’anima è un concetto più legato alla sfera della spiritualità e della filosofia, qualcosa che va oltre la mia comprensione.

Colpita e affondata, mi sono detta.
Le sue indicazioni potrebbero comunque collimare con un preciso concetto di poesia: anche quest’ultima non può prescindere da un pensiero alto e rimane
l’arte più vicina al trascendente. Ma, se la nostra IA non ha anima, non è il caso di interpellarla ulteriormente.

Barche di carta sull’oceano. Vele spiegate
vergate da un vento che si spera amico.

La notte è salvezza che passa per un abisso
mostra una rotta che il giorno a tratti vanifica.
Si naviga a vista rotolando sull’onda gonfia

la più slanciata a lontananze d’orizzonti:
lucciole tremolanti che sfidano chi ha
coraggio e continua il viaggio.

Qualcuno approda dove la coscienza si fa porto.

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Siamo labirinti – lo sapeva Borges – 
ospiti di pensieri inospitali
la bandiera che ora si ammaina e
ora si innalza 
	pare si chiami condizione umana questo
	circolo vizioso del perdersi e ritrovarsi 

Scrivere resta il sole frontale da cui 
poche ombre si sottraggono – a tratti
un bisogno da cui emanciparsi 
e galleggiare nella levità della bozza
	un po’ come quei paesaggi di mare 
	su cui d’improvviso cala la nebbia: tutto 
	è appena accennato 
	ma al di là c’è una bellezza intatta

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E intorno 
montagne che 
digradano 
in colline
-aggirare i massi
sarà il tuo talento-

ogni piccola tappa
attenterà alla meta vicina
-non rallentare! -

di notte
il vento dei rami 
parla in falsetto
-non ti curare-

… si viaggia tutti
con un’Itaca nel cuore 
e il puzzo 
di un incendio addosso.

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