La parola ai poeti. Mattia Tarantino

[foto di Antonio Simone Verde]

Palestina del linguaggio o macchine celesti

Pensare in angeli, “non avete da mostrarmi un’altra macchina?” (1), come installando ingranaggi luminosi, intervalli, come frazioni montate le une tra le altre e qualcosa che le eccede, tuttavia; possibilità nelle torsioni del ritmo, architetture o, più precisamente, strategie. Poesia come discorso strategico. Parola lunare, irregistrabile, espulsa dalla verità, dal raggio della sua ombra, dal gioco dei contrari, parola scoppiata, inaccessibile al fondale del Due, alle sue declinazioni – dialettica, dualismo, “attirano il pensiero nella comodità degli scambi” (2) -, provincia elettrica nella scollatura tra i segni. Pensare in angeli, convocare mandorle e ruggine, il circuito che le lega, ungerne gli ingranaggi, frantoio, cortocircuito. “ha una macchina ancora da mostrarmi? tu parles en prose” (3). Parlare al crocevia dei piani, negli interstizi, nei casi; parlare se i dadi lo ammettono, ma secondo altre regole, se la legge si salva cadendo preparare le tane, i cunicoli, dinamite in tutti i sottopassaggi. Ingegneria della visione o associazione biocosmica, uovo, archeologia oppure un passaggio tra i regni, scorciatoia. Pensare in angeli, una precisa violenza, “repeat rhythm”, sintassi al collasso e una ruota che gira.

II

Palestina del linguaggio, la poesia, vuoto di conquista. Sciamano tensioni vischiose, fasce sonore inappuntabili, come carovane, come un deserto attraversato. Tecnologia della luce, di gestione della morte; prossimità e presagio. Frammentare l’ordine sintattico del discorso per moltiplicare le forze possibili nella poltiglia chiamata lingua. Ogni parola un vocativo. Creature anfibie, numeriche, espedienti e oscillazioni sempre da assorbire e spesso inarchiviabili – ecco la filologia -, tramatura acefala, sogni di decapitazione o cisti robotiche. Una combinazione o una password incisa sulle porte, in Egitto, una notte di migliaia di anni fa. Pergamena di tutti i crittogrammi, “Apriti sesamo!”, c’è qualcosa, qui, che sembra ancora una parola e una lingua, una brodaglia per segnarla.

 III

Raschiare l’immagine all’incrocio tra i segni. Montare una macchina celeste (l’arcobaleno). L’arcobaleno come metodo. Illuminazione, rarefazione, rifrangenza, code d’asino e tammorre per avvitare gli ingranaggi. Sparse qui e là densità, consistenze, disegni nelle grotte. Nessuna parola d’ordine o mistero, nessun anatema: piuttosto tentacoli bianchi, indiani psicotici e cardamomo. Associazioni, circuiti, blackout. Montare una macchina celeste (le costellazioni). Le costellazioni come guerra e all’improvviso. Rischiarare l’incrocio tra i segni.

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Mattia Tarantino (Napoli, 2001) codirige Inverso – Giornale di poesia e fa parte della redazione di Atelier. Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero, tra cui Buenos Aires Poetry. I suoi versi sono stati tradotti in più di dieci lingue. Ha vinto diversi premi. Ha pubblicato L’età dell’uva (2021), Fiori estinti (2019), Tra l’angelo e la sillaba (2017); tradotto Verso Carcassonne (2022), di Juan Arabia e Poema della fine (2020), di Vasilisk Gnedov.  

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1)  A. Rosselli, Diario in Tre Lingue (1955-1956), in Le poesie, Garzanti, Milano 2004, p. 76.
2)  M. Blanchot, La scrittura del disastro, Il Saggiatore, Milano 2021, p. 62.
3)  A. Rosselli, Diario in Tre Lingue, cit., p. 76.

4)  Ibidem

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