Due poesie di Monia Gaita

 

Spingiamo i giorni senza meta

Spingiamo i giorni senza meta,

e collochiamo fiori freschi di paura

dentro il vaso.

La gioia non ha più l’età per concepire,

non si ristabilisce dalla febbre

e lascia il sacco con le ossa cementato

in fondo al muro.

I morti non invecchiano,

versano il pianto della sera in una crepa.

È così forte la nostalgia dei vivi

e le ragioni sembrano dissanguarsi nel vestito.

A volte accade

che tremino i pilastri dalla base

e la giustizia finisca con la testa fracassata

sotto le sue vele.

A volte accade

che l’innocenza ruzzoli in un rigagnolo di fango

e la sostanza fermentata dei motivi

rimanga esonerata dal dovere.

I perché vorrebbero disseppellire

almeno 2 monete dalla fonte,

ma le risposte fumano nei desideri triturati come foglie

in mezzo ai denti.

E la parola,

nell’impotenza che esala dalla terra,

porta le antiche colpe sulle spalle,

filtra dalle persiane dei secoli

coi feti abortiti dei diritti, 

contusi e diffamati,

nell’addome

*

Ci sono mille cicatrici

Ci sono mille cicatrici sulla guancia sinistra dell’aria,

ignoro il loro nome e ne raccolgo il pianto mormorante

nella mano.

Lividi vecchi e nuovi,

tagli infossati nel tronco delle nuvole

coi lembi di fessura aperti e sanguinanti.

Escoriazioni, edèmi e strappi

che affondano con l’amo della rabbia nella pancia

e strisciano all’indietro come lucertole intontite

fino alla prima donna crudelmente assassinata.

Nemmeno un filo di pietà

ricuce gli organi interni al connettivo,

attacca l’osso all’osso nel punto esatto in cui il colpo

determinò il piano di frattura.

Nemmeno un filo di pietà allatta la rinascita

restituendo un volto ai corpi tumefatti.

Adesso il vento è saturo di buio,

guarda con espressione sbigottita i tetti delle case.

Il sole ha smesso di sfiorare i rami.

Senza una grazia di discolpa,

le costole dei giuramenti crocifissi

ristagnano in cantina,

e l’ossido dell’inganno rivelato

tarla gli ulivi e perquisisce i ghiri.

Non basta sfregare la speranza sulla lingua.

Viene punita con decreto di espulsione,

si genuflette al codice di scisso della strada.

Tintinna il male restaurato contro i vetri.

Non entreranno le donne nel regno dei cieli.

Le viole scrutano i dintorni nella siepe,

le insidie imbrattano di melma sopralluoghi e testimoni,

la falsificazione del reato segue il feretro,

i moscerini della frutta sorvolano i batteri della resa.

Ecco, le ghiandole mammarie del dolore

buttano latte dal capezzolo estroflesso.

Il becco degli uccelli si è spezzato,

la fiamma ustiona le pattuglie,

e la difesa, accumulata con i vermi nel fienile,

sotto i fendenti della lama risentita,

grida, grida, grida

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Un pensiero su “Due poesie di Monia Gaita

  1. Giorgio stella

    Affonda il bisturi in una morbosa identità ‘locale’ come localizzata localizzante. D’altronde un circo (la poesia) prevede il pagliaccio avanti la belva. Queste due poesie potrebbero essere cento ma ne rimarrebbe forse un solo verso ed è per quanto interessi la poetessa (mai poeta al femminile) la massima affermazione di un dettato che non è mai canto. Ovvio, dopo, (…) – strade più odiose.

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