Spingiamo i giorni senza meta
Spingiamo i giorni senza meta,
e collochiamo fiori freschi di paura
dentro il vaso.
La gioia non ha più l’età per concepire,
non si ristabilisce dalla febbre
e lascia il sacco con le ossa cementato
in fondo al muro.
I morti non invecchiano,
versano il pianto della sera in una crepa.
È così forte la nostalgia dei vivi
e le ragioni sembrano dissanguarsi nel vestito.
A volte accade
che tremino i pilastri dalla base
e la giustizia finisca con la testa fracassata
sotto le sue vele.
A volte accade
che l’innocenza ruzzoli in un rigagnolo di fango
e la sostanza fermentata dei motivi
rimanga esonerata dal dovere.
I perché vorrebbero disseppellire
almeno 2 monete dalla fonte,
ma le risposte fumano nei desideri triturati come foglie
in mezzo ai denti.
E la parola,
nell’impotenza che esala dalla terra,
porta le antiche colpe sulle spalle,
filtra dalle persiane dei secoli
coi feti abortiti dei diritti,
contusi e diffamati,
nell’addome
*
Ci sono mille cicatrici
Ci sono mille cicatrici sulla guancia sinistra dell’aria,
ignoro il loro nome e ne raccolgo il pianto mormorante
nella mano.
Lividi vecchi e nuovi,
tagli infossati nel tronco delle nuvole
coi lembi di fessura aperti e sanguinanti.
Escoriazioni, edèmi e strappi
che affondano con l’amo della rabbia nella pancia
e strisciano all’indietro come lucertole intontite
fino alla prima donna crudelmente assassinata.
Nemmeno un filo di pietà
ricuce gli organi interni al connettivo,
attacca l’osso all’osso nel punto esatto in cui il colpo
determinò il piano di frattura.
Nemmeno un filo di pietà allatta la rinascita
restituendo un volto ai corpi tumefatti.
Adesso il vento è saturo di buio,
guarda con espressione sbigottita i tetti delle case.
Il sole ha smesso di sfiorare i rami.
Senza una grazia di discolpa,
le costole dei giuramenti crocifissi
ristagnano in cantina,
e l’ossido dell’inganno rivelato
tarla gli ulivi e perquisisce i ghiri.
Non basta sfregare la speranza sulla lingua.
Viene punita con decreto di espulsione,
si genuflette al codice di scisso della strada.
Tintinna il male restaurato contro i vetri.
Non entreranno le donne nel regno dei cieli.
Le viole scrutano i dintorni nella siepe,
le insidie imbrattano di melma sopralluoghi e testimoni,
la falsificazione del reato segue il feretro,
i moscerini della frutta sorvolano i batteri della resa.
Ecco, le ghiandole mammarie del dolore
buttano latte dal capezzolo estroflesso.
Il becco degli uccelli si è spezzato,
la fiamma ustiona le pattuglie,
e la difesa, accumulata con i vermi nel fienile,
sotto i fendenti della lama risentita,
grida, grida, grida


Affonda il bisturi in una morbosa identità ‘locale’ come localizzata localizzante. D’altronde un circo (la poesia) prevede il pagliaccio avanti la belva. Queste due poesie potrebbero essere cento ma ne rimarrebbe forse un solo verso ed è per quanto interessi la poetessa (mai poeta al femminile) la massima affermazione di un dettato che non è mai canto. Ovvio, dopo, (…) – strade più odiose.