NEI LAGER DI IERI… E NEI LAGER DI OGGI

NEI LAGER DI IERI… E NEI LAGER DI OGGI

di Fabiano D’Arrigo

Ho avuto la possibilità d’andare in mezzo e attraverso i drammi della storia del Novecento,

percorrendo un lungo itinerario che da Sant’Anna di Stazzema porta al lager della Risiera di San Sabba, al lager di Auschwitz-Birkenau e arriva al gulag delle isole Solovki: i lager di ieri.

L’itinerario potrebbe idealmente proseguire nei lager di oggi: il campo n. 14, la colonia penale IK 3, i centri di detenzione libici.

A SANT’ANNA DI STAZZEMA.

Un pomeriggio, ad aprile 1995, andai a Sant’Anna, piccolo paese vicino a Stazzema in provincia di Lucca.

Arrivato al paese, notai che il grande piazzale dedicato alla piccola Anna, una bambina di 21 giorni trucidata quel 12 agosto 1944, era vuoto: infatti non era un giorno di celebrazioni e il tempo lasciava a desiderare, non era sereno.

Una sensazione di tranquillità e di pace pervase il mio animo. Un grande silenzio mi costringeva a riflettere sul senso della vita, sulla storia, sul futuro dell’Italia. Volevo guardare la pianura versiliese con il mare, ma una nuvolaglia diffusa me lo impediva. Così mi abbandonai a pensieri più seri. Andai nella piazza antistante l’antica chiesa parrocchiale e con la memoria rividi l’eccidio perpetrato quel lontano agosto 1944 con 560 vittime (130 erano bambini).

Poi percorsi il sentiero che dalla piazza sale all’ossario di Col di Cava, contemplando, strada facendo, gli stupendi quadri bronzei della Via Crucis e 14 magnifici quadri raffiguranti l’eccidio di Sant’Anna e fatti della Resistenza: una nuova, moderna Via Crucis che completa quella antica.

DA SAN SABBA AD AUSCHWITZ.

Nel 1998 ricorreva il sessantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste. Perciò con il mio contributo è stato organizzato, per un gruppo di studenti e di docenti lucchesi, un viaggio di studio a San Sabba-Auschwitz-Birkenau.

La visita guidata della risiera di San Sabba è durata molte ore: la cella della morte, le 17 microcelle, la sagoma del forno crematorio, la commemorazione della circa 5000 vittime, l’incontro con Marta Ascoli.

La signora Marta, deportata per motivi razziali, ha ricostruito il suo percorso da San Sabba ad Auschwitz e a Bergen Belzen, favorendo, così, la nostra conoscenza dell’Olocausto.

Elvia Bergamasco, deportata per ragioni politiche ad Auschwitz-Birkenau, è stata la nostra guida nel lager nazista polacco.

La scritta “Arbeit macht frei” con il doppio reticolato, il piazzale dell’appello, il forno crematorio, i barattoli del Cyclon B, le scarpe, i vestiti, gli occhiali, le valigie, i capelli hanno catturato l’attenzione dei giovani e hanno provocato una profonda riflessione.

Lo spazio infinito del lager di Birkenau, il campo del silenzio, era disarmante: i reticolati, le torrette, le baracche, le latrine, i viali, i forni crematori testimoniavano la barbarie antica attualizzata dalla voce di Elvia.

Di fronte a una baracca, quella di Elvia, abbiamo fatto memoria di “tutti coloro che hanno sofferto”, abbiamo chiesto “perdono per gli sbagli che sono stati fatti e che si stanno ripetendo”, abbiamo pregato per la pace recitando il Padre Nostro.

La veduta dall’esterno dei resti del campo di Monowitz e della Buna ci ha ricordato Primo Levi.

E abbiamo meglio compreso le affermazioni di Levi: nel lager le “parole ‘bene’ e ‘male’,’giusto’ e ‘ingiusto’ non hanno significato”; nel lager “si perde l’abitudine di sperare, e anche la fiducia nella propria ragione”.

ALLE SOLOVKI.

I pellegrinaggi della memoria arrivano fino a Auschwitz, che nell’immaginario collettivo rappresenta la struttura concentrazionaria in grado di scandalizzare la ragione storica e annientare la coscienza morale.

Raramente s’approda oltre Auschwitz: ai gulag sovietici, ignoti ai più, dove pure è stata fatta violenza all’umanità del XX secolo.

Nell’estate 2004, recandomi nella Carelia russa, ho potuto vedere la località in cui fu aperto il primo lager sovietico: l’arcipelago delle isole Solovki.

Come docente, dopo aver visitato Auschwitz, desideravo andare in pellegrinaggio al gulag. Infatti percepivo, dentro di me, che la democrazia europea derivava dal martirio inflitto a una parte dell’umanità dai totalitarismi nazista e comunista fautori di due varianti affini e diverse del sistema concentrazionario.

Alle Solovki campeggiava la scritta “Attraverso il lavoro verso la libertà”. Veniva anticipato quello che sarebbe stato scritto, in seguito, ad Auschwitz.

Le tracce del complesso del lager sono minime: l’edificio decadente della direzione del Lager delle Solovki, la scala ricostruita della Sekira, le celle di una sezione della prigione femminile, alcune fotografie in un piccolo museo artigianale.

All’arcipelago delle Solovki giovani monaci hanno consapevolezza dell’Olocausto perpetrato e pregano per tutti i martiri dei lager.

FUGA DAL CAMPO 14.

Il buio dell’Olocausto continua anche nel XXI secolo.

Nella Corea del Nord esistono ancora campi di concentramento, aperti e funzionanti, che accolgono gli oppositori del regime comunista (e i loro familiari). I detenuti sono sottoposti ai lavori forzati, alle torture e condannati a morire di fame.

Nel famigerato campo di concentramento n. 14, un campo a regime duro vicino a Kaechon nella Corea del Nord centrale e chiuso dal filo elettrificato, nel novembre 1982 è nato Shin Dong-Hyuk in seguito all’accoppiamento forzoso dei prigionieri per dare nuove braccia al campo.

Prodotto da un regime totalitario, Shin per 23 anni è sopravvissuto nel campo n. 14 senza provare emozioni. Poi è riuscito a fuggire e, dopo peripezie, a raggiungere da uomo libero la Corea del Sud.

“Libertà significa vivere, non sopravvivere -afferma Shin in un’intervista- e la libertà è dentro di me. Sono cresciuto senza nozione di Dio. Nonostante tutto prego, prego molto intensamente. Dio è la mia ultima speranza. Non date mai per scontata la vostra libertà”.

LA COLONIA PENALE IK 3.

Nella Federazione Russa presso Kharp, cittadina nell’Artico russo vicino a Vorkuta, c’è la colonia penale a regime speciale IK 3 fondata negli anni ‘60, dove solitamente vengono rinchiusi i criminali più pericolosi.

Lì, nella colonia del ”lupo polare” con un’alta recinzione di ferro, è recluso il dissidente Alexei Navalny che si oppone a Vladimir Putin.

IN LIBIA.

Anche in Libia nei centri di detenzione le persone straniere e i migranti subiscono vessazioni, stupri e violenze.

Nel febbraio 2019 si contavano circa 23 centri operativi gestiti dalle autorità libiche e altri controllati da gruppi armati e milizie. Il loro numero oggi è pressoché invariato.

Ritengo che in alcuni odierni contesti geo-politici le strutture concentrazionarie siano ancora presenti, perciò come sosteneva Primo Levi “ciò che è accaduto può ritornare” e le coscienze sono state nuovamente “sedotte ed oscurate”.

Elaborare una memoria, che accolga ciò che è stato e ciò che accade, è quindi fondamentale perché la barbarie non prevalga.

Un pensiero su “NEI LAGER DI IERI… E NEI LAGER DI OGGI

  1. Paolo Valesio

    Testimonianza impressionante, da meditare.
    Certo, si sarebbe potuto essere più precisi sugli “odierni contesti geo-politici” ––  ma è comprensibile: la censura politica coinvolge i paesi “alleati.” Ma allora? Riserviamo le belle parole solo ai paesi sconfitti o “nemici”, dunque ai paesi “sicuri”?

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