Perché non scrivi dei tuoi primi passi nella letteratura italiana, mi chiedono. Premetto che scrivo poesia da quando avevo nove anni. Il mio primo poemetto, scritto in lingua madre albanese, a quattro mani con un’amica, era una lode al dittatore Enver Hoxha. Poi i miei temi in classe erano emblematici, piacevano più ai miei compagni che agli insegnanti. Scrivi strano, mi dicevano. Di nascosto è capitato di infilarmi nell’esame di stato di letteratura delle amiche, pur avendo meno anni, di svolgere il tema per loro. Il mio era un richiamo primordiale, una vocina interiore che mi faceva dire, mi piace la poesia. I soldi che mi toccavano per un gelato li spendevo in libreria, a comperare libri di poesia. Poesia che non mi piaceva, era “il realismo socialista” e io avevo 10/ 11 anni. Avevo letto tutti i libri della biblioteca della città di Durazzo e tutti i libri delle biblioteche personali, di tutti gli abitanti del palazzo, dove vivevo.
Arrivai in Italia a 18 anni da clandestina, in un piccolo paese della provincia di Chieti. Ero la prima “donna” immigrata della zona. Tutto per me era sconosciuto, un mondo nuovo. Silenzio, tanto silenzio. Non ne ero abituata, poi ci ho provato gusto. Non mi davo pace di non essere in contato con la poesia e i poeti. A chi leggere i miei testi? Con chi parlare? Ho comperato tutti i libri tascabili della poesia e che bello leggere Baudelaire, Neruda, Montale, Luzi. Mi sentivo meno sola. Il mio primo libricino si intitola “Io tu e l’anima”, pubblicato a spese mie, con una piccola casa editrice, Ianieri. È capitato un’altra volta di pagare per acquistare delle copie di un altro mio libro pubblicato, poi non ho mai più pagato per i miei libri.
La mia prima partecipazione ad un concorso letterario risale a 26 anni fa. E fu anche il mio primo premio vinto. Era anonimo. Nessuno mi conosceva. Ci fu una forte discussione in giuria, per farmi vincere. Non ho mai pensato che il mondo sia tutto perduto e corrotto. Qualcuno combatteva per una sconosciuta, per la poesia, per me. Sono grata per questo. Scrivevo in italiano ormai, pensavo in italiano e sognavo in italiano. La poesia era tornata ad essere la mia compagna interiore, ma anche del luogo dove vivevo.
Con “Assopita erba dell’est” edizioni Noubs, con nota critica di Pina Allegrini e Remo Rapino, partecipai al premio Camaiore, opera prima, e vinsi il primo premio. Non mi conosceva nessuno, eppure, vinsi un premio importante. Partii per ritirare il premio, senza avere neanche una copia del libro con me. Sono la solita sbadata. Due attori noti avrebbero letto i testi di tutti. In giuria c’era anche Alberto Cappi, che mi aveva premiato in un altro concorso, tra 600 partecipanti, e che si ricordava di me, oltre che per la poesia, per averla interpretata a memoria. Mi prese da parte insieme agli attori e disse; lei leggerà i suoi testi da sola. A me venne un colpo, non avevo il libro con me, e mi ricordavo a malapena un testo o due a memoria. Iniziai a ripetere all’infinito quei versi fino a memorizzarli per l’evento. Arrivò il momento della premiazione. Nessuno leggeva i suoi testi, nessuno. Gli attori lessero i miei testi scelti da loro e mi invitarono a leggere una mia poesia. Mi aspettavo di scomparire. In un filo di voce usciva dalla memoria la poesia. Tanti applausi. Mi consideravano la poetessa oracolare. In quel contesto ho conosciuto di sfuggita Maurizio Cucchi, che veniva premiato con il premio speciale della giuria. Con lo stesso libro vinsi il premio Matacotta e in giuria c’era anche Cucchi, che non conoscevo ancora bene e con cui avevo scambiato a malapena due parole. Mi invitò in un festival della letteratura e mi prese da parte dicendomi; mandami alcuni testi, sto curando l’antologia “Nuovissima poesia italiana” per Mondadori. E io che non avevo neanche un indirizzo mail e non avevo nessun account social. Ero poetessa italiana di nazionalità albanese. Bellissimo e poetico.
Parlavano di me e io neanche sapevo. La sconosciuta e la straniera. Questa è la prima parte del mio percorso poetico. Da allora sono passati 20 anni.
Il riconoscimento? Importante in tutti gli ambiti. Ma che cos’è? Riconoscersi ed essere riconosciuti. Nell’ambito letterario artistico, è fondamentale prima di tutto riconoscersi. Comprendere il talento in sé, lavorare, migliorare, conoscere. Ma una volta che ti sei riconosciuto e sei stato apprezzato, quando nella vita accadono eventi più importanti del riconoscimento, quando ti sei attraversato e hai attraversato le mille e una esperienza del dolore, quando pensi che sono arrivate a te, perché tu puoi uscirne indenne, senza incattivire il profumo, e sei una prediletta, perché Dio fa esperienza tramite la tua esperienza, si passa nella fase successiva. Te ne freghi delle lodi, ma non perché non siano più importanti, perché manchi di umiltà, ma perché la scrittura, la poesia in questo caso, diventano un atto creativo che ti modella dentro. Scrivi per la poesia. È lei che detta le regole, le leggi. E pubblicherai ancora libri, chiederai note critiche. Ancora vuoi comunicare questo fuoco agli altri, per il riconoscimento dei simili, per la condivisione, per la contemplazione dello stupore, per moltiplicare la bellezza in sé.
Che cos’è la poesia per me?
(In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.) Ecco, l’immaginazione come atto di creazione. La gioia è creazione. A cosa serve la poesia? Non serve, ma è necessaria. La poesia è l’unica abilità che cambia la realtà con le immagini e diventa profezia. Tutte le altre scienze sono più utili della poesia, ma nessuna è superiore ad essa. Essa è quel tipo di scienza che Dio possiede in ogni grado, la meraviglia. La poesia non è letteratura, chi pensa di analizzarla come tale, spreca l’occasione di guardare oltre. Spesso una metafora è la vita, quando scrivo; l’unica casa che abbia mai avuta è l’amore, non è una metafora, che mia madre non ha impronte digitali, non è una metafora, per questo voglio scrivere la luce che ispira la realtà al cambiamento.
Per una buona poesia come per un buon vino l’uva, il pensiero deve essere di qualità, nuovo, infante e antico, maturo, ben asciutto, e attenzione alla mente ammuffita. Per degustare, mescere, evaporare i solfiti e buon vino della poesia.
Quando vi sentite ispirati mentre leggete la poesia, e vi pervade il desiderio di creare, di abbracciare il mondo e dite, quel verso l’avrei voluto scrivere io, quella è la poesia.
Bellezza, come il bello, il bene, la giustizia, sono un lavorio continuo con sé stessi, gli altri ed ogni luogo che ci circonda. La ricerca del bene, non significa essere buoni, né buonisti, l’equilibrio non è una fantasia per brave persone, è aver attraversato mille volte l’inferno, e non ti fa paura ritornarci, che poi impari la traversata e scegli volutamente di non andarci, perché hai cose più importanti da comprendere, come vivere nella gioia e non annoiarsi, come sapere di essere il bosco, il fiore, la zanzara, ma a differenza loro, io posso perdonare e cambiare il volto del seme. Perché io posso e l’ho sperimentato tutte le volte che ho scelto la gioia, tutte le volte che sono stata ispirata e la poesia mi ha attraversata per liberarsi di me. La poesia salva il mondo? Se è bellezza sì, altrimenti si rischia di essere vittime delle nostre stesse parole. Attenti alla poesia, denomina la vita!
La poesia è esaminare un cadavere
annaffiare le mele
e trovare il recinto
quando si lavora con le api
Le parole sono tuorli sbattuti
filetti e lingue straniere
cosa posso dire dei coltivatori della nebbia?
Perfino la luce interferisce con la collera
con le parole terre aperte, seni
boati di bombe antiuomo
uomini acerbi
teste versate d’inverno
Metteremo su famiglia
in una platea di specchi
tra le legnate in testa
e il buon brodo di cicoria
Sarà rivelato il tempo della luce
contate 15 passi
la poesia è la parola data
ha una logica al tatto
dalle vedute ai cavatappi di plastica
è lente di ingrandimento e stretta di mano
prima di affinare lo scacco matto.



Accorante e accorata la proporzione della memoria nel ricordo dell’oblio statico – ci informa la poetessa di un bipolarismo x fortuna dettato da un binomio che è la cifra mentale dello stesso risultato: quel che lei stessa afferma come dato di fatto del tono arte sta a a come poesia sta a b. Riguardo Maurizio Cucchi (purtroppo conosciuto) nn è un poeta nn lo sarà mai, ha riscritto cento volte il disperso parla di Milano come se la poesia potesse essere una immagine etnica ecc…