La poesia è un essudato dolente di sensazioni, che si riversa verso l’alto dalla gabbia dello sterno attraverso i filamenti neuronali dell’intelletto per dare senso al senso e materia all’informe. Per ottenere un tale risultato, un poeta deve studiare, arrabbiarsi, dannarsi con sé stesso e fallire tante volte, definendo, alla fine del percorso, una propria poetica differenziale che possa dirsi autonoma, che insomma risulti propositiva e non sterile.
In tutto questo, lo stile è fondamentale, ma ritengo che incaponirsi su una tecnica specifica generi, in poesia come nelle altre arti, una ridondanza che si riverbera su temi, argomenti e contenuti, instradandoli inevitabilmente verso un unicum a rischio della ripetitività. Questo perché, nella mia personale visione, la poesia è essenzialmente forma e il contenuto, di conseguenza, vi si adatta permeandola come un guanto. Non che sia minoritario o meno importante rispetto alla forma: dico solo che il linguaggio poetico, il quale per sua natura possiede intrinsecamente uno statuto differenziale rispetto alla prosa, si alimenta del principio dell’analogia, che ha bisogno di uno specifico adeguamento tra stile e contenuto per commutarsi in un messaggio comunicabile.
Finora ho scritto, tra le altre cose, cinque libri di poesia, ognuno diverso alla radice. A ogni contenuto la sua forma: ecco che con Erotomaculae, tentavo di fondere lo sperimentalismo dell’avanguardia storica con lo stilnovismo per tentare una nuova via della poesia erotica; con Taccuino dell’urlo e Taccuino della cura mi gettavo nella sperimentazione segnica, utilizzando parentesi graffe, lettere barrate, corsivi, spaginazioni, per comunicare oltre la parola l’elaborazione del lutto come ammanco di senso e annientamento del sé e il successivo recupero dell’autocentratura; mentre con il Taccuino della madre, incentrato sulla perdita della figura materna, utilizzavo una versificazione tersa, asciutta e nuda, per comunicare la dolenza esangue del figlio archetipico che si confronta con il distacco, con la perdita.
Nel mio ultimo libro di poesie, Assassine seriali, con una brusca virata di argomenti e stile, ho invece recuperato la versificazione regolare (settenari doppi, endecasillabi, settenari/ottonari, senari ecc.) per cantare il monologo in prima persona di dodici tra le più efferate serial killer della Storia, tratteggiandone l’ethos deviante e indagando fino al fondo il buco nero dell’atrocità, senza il minimo timore, anzi, con un certo humour noir a stemperare la foga nefasta dell’orrore. L’andamento ritmico mi serviva per sottolineare l’incedere di un rendere ragione dell’aberrazione, per pronunciare sonoramente la domanda filosofica intorno alla natura profondamente umana del male morale, di quel male che, in questa società avvelenata dall’autoreferenzialità, è male-per-il-male, giacché di leibnizianamente metafisico non sembra ormai avere più nulla.
Proprio il contenuto, quindi, modifica la forma, e se la forma viene prima in senso logico rispetto al contenuto, lo segue invece in senso cronologico e vi si adatta. Solo allora l’essudato dolente, che rischierebbe di permanere nel limbo dell’istrionismo, si fa parola, domanda che risponde con un’altra domanda, ricerca che si conclude continuando a ricercare, così, in cortocircuito, all’infinito.
Propongo ai lettori di questo glorioso lit-blog, tra i più longevi, seri e validi del Web, quattro poesie da cui spero emerga la mia poetica. Il senso del mio lavoro, in fondo, consiste nella constatazione del fatto che siamo perpetuamente a rischio di perdere il senso, e nella consapevolezza che, per questo, occorre stare sempre all’erta.
Auguro loro una buona e vigile lettura.
Sonia Caporossi
Da Taccuino dell’urlo (Marco Saya Edizioni 2020)
non era tempo.
non era modo.
non era luogo.
non era stato
sociale o materiale
per il contatto.
non era sogno
che si lasciasse sognare
senza il risveglio.
non era cibo
che si lasciasse mangiare
senza il brioschi.
non eran finti
gli istanti da concepire
«finché poi duri».
erano puri
gli abbracci delle lenzuola
quando era sola.
ma era schiavo
il corpo di quest’urgenza
nella latenza
di un ritardo in microbyte
d’asincronia.
«non era mia
ma solo e soltanto sua
l’appartenenza.»
gomitoli d’incoscienza
ingarbugliati
come le stringhe dello spazio-tempo
che perde il senso
per poi ritrovarlo più in là
nel ritmo postorgasmico del cuore
disperso dove
del senso ritrovava infine il nesso.
«non c’è dolore
se ci riconosciamo nello stesso
se adesso è tempo, e modo, e luogo
nell’incostanza stabile del tatto
di disturbare eliot
e l’universo.»
*
Da Taccuino della madre (Progetto Cultura 2021)
veglia
dormo sulla branda tra le pareti bianche
mia madre sta morendo da sola insieme a me
tagli trasversali su cortecce di bambù
lungo le venature molli della carne
la sapida chirurgia della ferita infetta
infiamma lattiginosa le caverne del mio cuore
si sparge come sangue sulla coperta bianca
come speranze vuote, trafitte nell’assenza
le luci brulicano nell’infrarosso del cielo
invadono l’orizzonte nell’olio lunare di un pianto
io mi terrifico inerme di questo assorto silenzio
non tollero la visione dello squarcio antiestetico a lato
annullo le certezze con cui ci si infonde coraggio
in un prolasso fluente di pus e falsità
“ti voglio bene, mamma, ti voglio bene, è vero…”
ma lei già non mi sente, non è più lì con me
per questo io ora so bene che per ricominciare
bisogna talvolta usare la bieca parola fine
*
Da Taccuino della cura (Terra d’Ulivi 2021)
«ricordamelo tu, se proprio vuoi, chi sono
la nudità dell’essere invoca l’apparire
il vuoto dello specchio mi assiste incuriosito
mentre distillo in pianto le mie perplessità
cos’è la {nostalgia}, necrosi di un istante
pellicola di sangue ormai rappreso
membrana che si stacca rilassata tra le dita
dal cavo delle mani, dal morso dei {ricordi}
che cosa è la sostanza di un riconoscimento
e quanto può far {male} nel male fatto a un altro
per quanto ci risulti scartandone il pacchetto
ricordamelo tu che cos’è un dono
e nonostante il sole che circoscrive il volto
sebbene il suo calore ci riconosca vivi
rimane solo il {gelo} che di umano non ha nulla
e il taglio del cordone nella culla
l’attesa che rimargini {ferite} troppo antiche
nella clausura asfittica di un atrio d’ospedale»
*
Da Assassine seriali (Progetto Cultura 2023)
Leonarda Cianciulli
amore di mamma
amore di fiele
non startene in pena:
ti avvolgo di bene
con questo cadavere
sciolto nel fuoco
rinnovo il mio patto
di averti di nuovo
illeso qui a casa
dal fronte occupato
di stringere ancora
al grembo angustiato
la mia figliolanza
di sangue e di carne
per poi riabbracciarti
tra formule arcane
che leggo la sera
sul pio calderone
col quieto paiolo
che volge le ore
vieppiù necessarie
alla dissoluzione
di ossa e cordami
di tendini e cuoia
con la soda caustica
in ebollizione
rimangono i denti
dall’oro piombati:
magari li tengo
per farti un regalo
ti faccio il sapone
con la pece greca
l’allume di rocca
e col cardamomo
mio figlio adorato
l’ho chiesto alle streghe
se dio m’ha ascoltato
ti veglia il demonio
perciò, stai tranquillo
non devi temere:
la mamma ti pensa
la mamma ha pregato
