La poesia cos’è se non l’atto perpetrato su un polmone; un carcinoma terminale – diagnosticato pressoché a natale – che riporta all’origine la parola.
Non stiamo qui a disquisire sull’Io, sul Tempo perduto o ritrovato (ci ha pensato già Proust, per tutto questo), sugli inganni dell’editoria, delle gare senza vincitori, affrontate senza bombe e senza cannoni, dei concorsi dei vinti.
Non saranno le rime, la brutta copia di un Leopardi, nemmeno il vernacolo da osteria, ad accorciare le distanze, a resettare il vuoto generazionale; e per dirla tutta nemmeno l’ossessione per questo sempiterno “amore” che impregna migliaia di pagine, di libri mai letti, che poi, in fondo, ci chiediamo:
C’è ancora l’Amore?
Cristo è Amore?
Ragazza, tu sei l’Amore?
e l’alcol?
Prendimi, esaltami ed io sarò morto, o meglio, risorto.
Ed io sarò l’Io pensante, onnisciente,
diverrò la Parabola nuova
per la bocca di mia madre
o per la tua bocca sempre uguale, per me, per tutti,
per chiunque voglia amarti.
Credimi, scopami,
ed io sarò te in un momento di privata agonia.
Scava con dolci graffi il cuore
e poi di eiaculazione sarà la stanza piena.
Una poesia editoriale, a volte eucaristica, più spesso sensuale, quando avremmo voluto solamente la leggerezza di un verso sdentato, sessuale, un foglio che non mostri culi e tantomeno falli, una rima morta. È già abbastanza fallica questa vita senza poesia, abbastanza anale questa poesia senza vita. Riaggiorniamo il penultimo passaggio, con le viscere che tendono ad urlare, con i versi che tendono a boccheggiare, con i martiri che credono ancora di leggere domani la nuova raccolta di Salvatore Toma o di Dario Bellezza.
Evadiamo dall’attimo finale con la messinscena del significato quando basterebbe appena il significante, basterebbe contorcerci la mano, amputare quella “stella a cinque raggi”.
Questa poesia ingrata agli occhi del passante, derisa, sbeffeggiata, trovi sempre all’angolo del bar o un po’ più in là, sulla linea trascendentale che porta al cesso, qualcuno che ti dice: ” be’ sì, la poesia, però, perché non scrivi romanzi? Caro Hopper avresti dovuto recitare Recine con la Berma, così come tu Jebeleanu, anziché raccontarci del “Sorriso di Hiroshima” avresti dovuto marcare a vista Gerd Muller.
I ragazzetti che studiano ancora a memoria Ungaretti mi fanno pena, come pena mi facevo io studiando a memoria “Breus”. Questa poesia italiana così poco navigatrice e assai santa mi relega ad un cantuccio, in compagnia dei ragazzetti e delle ragazzette che non studieranno certo Boccaccio, solo quel Dante “maledetto”.
All’unisono, battiamo il “gong” e riportiamo al paese la Parola, l’ostentazione per il piacere di un verso spezzato, la viltà di riconoscersi uomo.
