La parola ai poeti. Maria Elena Danelli

Non saprei da dove iniziare a raccontarmi, se non che la prima poesia che scrissi fu quando avevo 6 anni.
Nacque da un sogno o propriamente da un incubo e non trovai modo migliore per scrivere ciò che mi accadde nel mio sgomento di bambina, e questo fatto osmotico di realtà-sogno mi accompagna da allora, non solo nella poesia ma anche nelle mie espressioni artistiche (le mie visioni mi accompagnano lucide, dando allo sguardo l’aspetto finale di ciò che mi visita nell’intuizione). A volte mi sembra di aver già vissuto più volte.
Nel mio sentire non mi spaventa l’idea della Morte, perchè penso che essa ci accompagni costantemente legata al senso della Vita, che sento come un fermento pulviscolare inesauribile, in cui la fiducia e l’abbandono a qualcosa di più grande mi pervade.
Questo senso armonico mi concede di sentirmi uno strumento affinchè le parole mi visitino e diventino inchiostro, una forma di contemplazione.
L’idea che la Vita si sviluppi in tutte le sue molteplici sfaccettature, abitando forme e sensibilità insospettate, e che esista una poesia che cerca di avvicinarsi alla meraviglia, all’incanto, all’effimero e caduco, mi ammutolisce.
Come può l’essere umano scegliere costantemente i conflitti, la distruzione, quando basta un potente teleobiettivo per vedere i crateri della Luna, o gli anelli di Saturno?
Le orbite dei pianeti attorno al Sole – che viaggia nello Spazio – e che per forza di attrazione lo circondano seguendo la sua traiettoria, descrivono un ipotetico fiore gravitazionale, ciascuno secondo la propria natura, e l’inconsapevole bellezza della conchiglia che ripete la successione di Fibonacci o il canto degli alberi che nel loro mutismo – alle nostre orecchie – cantano il mistero del Tutto, a volte mi riempie di una sensazione indescrivibile che si traduce in una fitta al cuore.
Parte di questo sentire diventa la mia scrittura. Che affiora e si traduce anche nel dialetto dei miei genitori, il Milanese, uno scavare in ciò che si è sedimentato negli anni, dato che ormai mi sono madre e figlia.

Qui una piccola scelta tra i miei inediti.


{Navata}

 

Fiammelle, nuche reclinate, sedie vuote

  I Santi in pietra e olio

  nella fissità evocativa

Archi e lesene si arrestano di scatto,

spazio all’abside in penombra.

  L’uomo seduto, misurato dall’artrite sorge

  e sprimaccia il pizzo sull’altare

“Sancte Georgi militia”

florilegio di conchiglie rese eterne

 

Gesù nudo in luce

 

L’uomo ha pantaloni larghi e flosci

che si accatastano alle scarpe.

  Stride il tram

  come un punto di ripristino.

 

04.11.2020

 

*****

 

{U.V.}

 

Nell’intrico di strade dentro il corpo

nel tragitto tra la testa e il petto

vecchi parlavano di rose e frutti

e non capivo.

Tra il rigo

interferenze visi spersi

a volte abbandonati ai cigli

singole scarpe senza più piede.

Scheletri intessuti di merletti

ultime volontà colorate e sbiadite

memorie fluido inchiostro in Courier New.

 

*****

 

Riquadro di finestra

teatrino di rami nel cui pallore

un telo verde

è una medusa.

Siamo soave plastilina da macello

- pensavo -

sotto cieli

che accadono una volta sola.

 

14.1.2018

*****

 

{a D.}

 

Dalla finestra

la sveglia e il semaforo

s’accordano all’altrove.

 

Si fa nottetempo

 

Passa un soffio

lo stagno vibra

un bacino d’acque e silenzi

raccolti dagli occhi

 

Custodisco la tua nuca

che per poco non fu di me

mani, sguardi,

lontananze in collisione

traiettorie cucite.

 

Mi sono figlia-madre

delle tue scaglie d’oro

che non incresparono il mio stagno.

 

Forse lo scopo

è essere pane

per essere attraversati da un coltello.

 

25.3.2019



***



(L'ultim Milanes)



Incoeu l’è ‘ndà via l’ultim milanes

quel che l’aveva vist la lüs

un di de nuember del trentadü

quel al quart pian d’una caà in peé

tra i maceri

che la dundava quand el bufava el vent

vot person in una stansa

neud, mama, pader, fioeu e anca el nonu

 

che quant se sentiva ‘nde per lü

dall’uspisi ‘l rivava al quart pian

e el fiulet durmiva ai peé del let

per el so nonino, un grimet picul picul cunt el tabarro.

Quel milanes del monopatino

e la michèta che la mama la trava giò da la finestra.

Quel milanes de Porta Cica, via Arèna

tra i pütan e i lenun,

gli omm sensa i gamb.

Quel milanes pien de vida

ch’el sifulava ai nüvol.

Quel del Navili.

Incoeu Milan la piang

la dipartida d’un so fioeu

vün burlàa giòo cume i maceri

e al quart pian de che la càa trada giòo tanti ann fa

ghe pasa el vent cume na penelada.

15.3.2018

2 pensieri su “La parola ai poeti. Maria Elena Danelli

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