
Non saprei da dove iniziare a raccontarmi, se non che la prima poesia che scrissi fu quando avevo 6 anni.
Nacque da un sogno o propriamente da un incubo e non trovai modo migliore per scrivere ciò che mi accadde nel mio sgomento di bambina, e questo fatto osmotico di realtà-sogno mi accompagna da allora, non solo nella poesia ma anche nelle mie espressioni artistiche (le mie visioni mi accompagnano lucide, dando allo sguardo l’aspetto finale di ciò che mi visita nell’intuizione). A volte mi sembra di aver già vissuto più volte.
Nel mio sentire non mi spaventa l’idea della Morte, perchè penso che essa ci accompagni costantemente legata al senso della Vita, che sento come un fermento pulviscolare inesauribile, in cui la fiducia e l’abbandono a qualcosa di più grande mi pervade.
Questo senso armonico mi concede di sentirmi uno strumento affinchè le parole mi visitino e diventino inchiostro, una forma di contemplazione.
L’idea che la Vita si sviluppi in tutte le sue molteplici sfaccettature, abitando forme e sensibilità insospettate, e che esista una poesia che cerca di avvicinarsi alla meraviglia, all’incanto, all’effimero e caduco, mi ammutolisce.
Come può l’essere umano scegliere costantemente i conflitti, la distruzione, quando basta un potente teleobiettivo per vedere i crateri della Luna, o gli anelli di Saturno?
Le orbite dei pianeti attorno al Sole – che viaggia nello Spazio – e che per forza di attrazione lo circondano seguendo la sua traiettoria, descrivono un ipotetico fiore gravitazionale, ciascuno secondo la propria natura, e l’inconsapevole bellezza della conchiglia che ripete la successione di Fibonacci o il canto degli alberi che nel loro mutismo – alle nostre orecchie – cantano il mistero del Tutto, a volte mi riempie di una sensazione indescrivibile che si traduce in una fitta al cuore.
Parte di questo sentire diventa la mia scrittura. Che affiora e si traduce anche nel dialetto dei miei genitori, il Milanese, uno scavare in ciò che si è sedimentato negli anni, dato che ormai mi sono madre e figlia.
Qui una piccola scelta tra i miei inediti.
{Navata}
Fiammelle, nuche reclinate, sedie vuote
I Santi in pietra e olio
nella fissità evocativa
Archi e lesene si arrestano di scatto,
spazio all’abside in penombra.
L’uomo seduto, misurato dall’artrite sorge
e sprimaccia il pizzo sull’altare
“Sancte Georgi militia”
florilegio di conchiglie rese eterne
Gesù nudo in luce
L’uomo ha pantaloni larghi e flosci
che si accatastano alle scarpe.
Stride il tram
come un punto di ripristino.
04.11.2020
*****
{U.V.}
Nell’intrico di strade dentro il corpo
nel tragitto tra la testa e il petto
vecchi parlavano di rose e frutti
e non capivo.
Tra il rigo
interferenze visi spersi
a volte abbandonati ai cigli
singole scarpe senza più piede.
Scheletri intessuti di merletti
ultime volontà colorate e sbiadite
memorie fluido inchiostro in Courier New.
*****
Riquadro di finestra
teatrino di rami nel cui pallore
un telo verde
è una medusa.
Siamo soave plastilina da macello
- pensavo -
sotto cieli
che accadono una volta sola.
14.1.2018
*****
{a D.}
Dalla finestra
la sveglia e il semaforo
s’accordano all’altrove.
Si fa nottetempo
Passa un soffio
lo stagno vibra
un bacino d’acque e silenzi
raccolti dagli occhi
Custodisco la tua nuca
che per poco non fu di me
mani, sguardi,
lontananze in collisione
traiettorie cucite.
Mi sono figlia-madre
delle tue scaglie d’oro
che non incresparono il mio stagno.
Forse lo scopo
è essere pane
per essere attraversati da un coltello.
25.3.2019
***
(L'ultim Milanes)
Incoeu l’è ‘ndà via l’ultim milanes
quel che l’aveva vist la lüs
un di de nuember del trentadü
quel al quart pian d’una caà in peé
tra i maceri
che la dundava quand el bufava el vent
vot person in una stansa
neud, mama, pader, fioeu e anca el nonu
che quant se sentiva ‘nde per lü
dall’uspisi ‘l rivava al quart pian
e el fiulet durmiva ai peé del let
per el so nonino, un grimet picul picul cunt el tabarro.
Quel milanes del monopatino
e la michèta che la mama la trava giò da la finestra.
Quel milanes de Porta Cica, via Arèna
tra i pütan e i lenun,
gli omm sensa i gamb.
Quel milanes pien de vida
ch’el sifulava ai nüvol.
Quel del Navili.
Incoeu Milan la piang
la dipartida d’un so fioeu
vün burlàa giòo cume i maceri
e al quart pian de che la càa trada giòo tanti ann fa
ghe pasa el vent cume na penelada.
15.3.2018

Ringrazio per queste poesie che in qualche modo toccano.
Gentile Paolo, La ringrazio di cuore.