La parola ai poeti. Nino Iacovella

Nel mio caso la poesia ha rappresentato l’ultima fattiva possibilità di esprimermi creativamente: figlio di una famiglia d’arte non ho saputo educare le mie mani per creare opere materiali, e così la mia attitudine creativa non ha trovato che un’unica strada, la strada nella quale mi sentivo di tornare ogni volta a casa: la parola, la poesia, la potenza delle sue immagini e dei suoi suoni che rinascono dalle ceneri del buio e del silenzio. 

Bene, questo è un modo di dire la poesia attraverso la poesia. Ma a essere più prosaici la poesia, la scrittura e la lettura (l’arte letteraria insomma) sicuramente per me rappresentano una delle più efficaci vie di fuga dallo scacco della finitudine esistenziale. Siamo mortali e l’artificio letterario ci dà la possibilità di poter vivere, attraverso la sospensione dell’incredulità, le vite degli altri o le vite che avremmo potuto vivere. 

Ho scoperto relativamente tardi la mia inclinazione letteraria: dopo gli studi in economia. Liberatomi dai tomi universitari mi venne naturale leggere famelicamente qualsiasi libro di poesia o romanzo a portata di mano. Sono rimasto da allora un lettore vorace e mi metto a scrivere soltanto quando mi sento letteralmente ubriaco di una idea, dopo averla messa a macerare per bene con i tempi lunghi della vita e dei libri necessari a svilupparne una definizione più nitida.

Mi sono formato soprattutto con i grandi narratori americani. I maestri della narrativa breve. Lo so, è strano a dirlo per un poeta. Ma la prosa, i suoi tempi lunghi, non si armonizzavano bene con il fiato corto dei miei tentativi di scrittura. Probabile che la mia poesia sia stata una traduzione sentimentale affannata, annaspante di una narrazione che mi vede protagonista, più in parte che nella totalità del dettato, in quanto, quasi sempre, sono lo scenario sociale e la realtà che prendono il sopravvento come fossero loro i veri protagonisti.

Potrei concludere che la poesia e la letteratura siano in fondo come lenitivi universali. Scrivere o leggere un testo nel quale percepiamo la più profonda e armoniosa forma della commozione è come morfina che placa il dolore di qualsiasi lama esistenziale che ci trafigge. Ma nel mio caso tutto funziona fino a quando non si riapre la ferita di un “fratello” scomparso: il poeta Christian Tito. Basta una sua foto che casualmente riappare in una cartella del pc, un suo ricordo proposto dai social, il ritorno della sua voce o la rilettura di una sua poesia e ogni volta risento la stessa sensazione di vuoto e di straziante nostalgia. Una presenza nella mia vita così radiante che non potrà mai tornare minimamente compensata dalla scrittura.

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Un pensiero su “La parola ai poeti. Nino Iacovella

  1. Ennio Abate

    “Potrei concludere che la poesia e la letteratura siano in fondo come lenitivi universali.”

    Azz, siamo di nuovo all’oppio dei popoli!
    Ma non bastava la religione?

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