[2Cr. 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21 (vedi Gv 3,1-21)]
Questo giudizio non è per la condanna, ma “perché il mondo si salvi” . Il verbo greco usato per “giudicare” è krino, da cui krisis.
Il giudizio provoca la crisi, anzi, è esso stesso crisi. Tutta la relazione dell’uomo con Dio è crisi,
perché qui è il giudizio: “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo”. L’amore è crisi.
Amore è crisi, perché un amore che non destabilizzi non è amore, ma solo appiccicosa
consolazione, che, in realtà, non consola. Illude e coccola, ma non consola.
Amore è destabilizzante, è spiazzante, per questo, è crisi.
È crisi, perché l’apparire del volto dell’altro mi provoca ad esaminare il mio, a giudicarlo, senza finzioni e maschere. L’irrompere dell’alterità nel mio orizzonte, lo dilata, fino a squarciarlo, perché è troppo grande l’altro e non ne sono capace. Ed è crisi, è lacerazione che fa soffrire.
La crisi non nasce dall’insufficienza evidente di ciò che sono, o dalle mie incapacità, o dai miei fallimenti. La crisi nasce dalla sovrabbondanza di amore. Quando mi scopro amato, è allora che sono messo in crisi, perché all’amore non si può restare indifferenti, si esige da me una risposta, una decisione, una accoglienza dell’offerta d’amore. L’amore è sconvolgente, nulla lascia come l’ha trovato. Come vento forte irrompe dalla finestra, scompiglia le carte. E tutto ricomincia. Daccapo.
Oggi ci viene chiesto di rinascere, di nuovo (o dall’alto) per amore, per opera dell’amore, nell’amore che “soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai da dove viene, né dove va” (Gv 3,8).
Oggi, quarta domenica di quaresima, domenica “in laetare”, a noi viene chiesto di rinascere. A noi viene chiesto di lasciarci mettere in crisi, di rinunciare ai facili accomodamenti che generano sopore e di lasciarci condurre verso dove il vento conduce. Ci viene chiesta docilità all’amore che non si nega e che si dona, nella incommensurabile e imprevedibile abbondanza e che, come vento, entra in ogni fibra di ciò che siamo e la rigenera e ci fa nuovi.
È bella e rigenerante questa crisi. E fonte di gioia. È liberante, questa crisi, perché senza spiazzamento non c’è liberazione (F. Collin)
È la porta per entrare a casa. È soglia. È passaggio. È Pasqua. Qui non saremo più stranieri, qui troveremo i volti veri, qui conosceremo anche il nostro. E sarà ritorno dopo l’esilio, sarà ritrovarsi dopo la dispersione, sarà abbraccio dopo la lontananza. Qui, nel non-luogo dell’amore; ora, nel non- tempo dell’amore. Nel nostro qui, nel nostro ora

