II domenica di Pasqua in Albis
«La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della resurrezione di Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.» [At 4,32-35]
La chiave di volta di questo racconto degli Atti degli Apostoli, mi sembra sia l’affermazione centrale: davano con forza “testimonianza della resurrezione”.
Le due affermazioni precedente e seguente sono messe a corollario dell’affermazione centrale. In questo senso, la nostra lettura è, in qualche modo facilitata.
Dalla testimonianza resa “con grande forza” deriva che tutti (la moltitudine) coloro che avevano creduto erano un “cuor solo e un’anima sola” e, da questo, deriva che tutto era in comune.
Si potrebbero fare, a buon diritto, ottimi studi sociologici ed economici sull’argomento, ma a noi, in questa sede, interessa di più la radice teologica della comunione dei beni.
Considerando anche il capitolo 5, in cui si racconta di come Anania, avendo trattenuto per sé una parte del ricavato dalla vendita di beni, muore dopo aver ascoltato il rimprovero di Pietro,
sembra quasi che si voglia tracciare un parallelo fra vita/condivisione e possesso/morte.
Tutta la novità della resurrezione e l’irrompere della sua forza vitale si concretizzano nella vita comune, di cui la comunione dei beni è segno e sacramento. Mentire alla comunità, su questo, è mentire a Dio ed è “opera di satana (colui che divide)”. La rottura della comunione coincide con la rivendicazione (legittima?) del possesso. E quest’ultima, coincide con la morte.
Il possesso, dunque sta alla morte come la condivisione sta alla resurrezione.
Il giudizio è qui. Accettare la resurrezione come fatto fondante la propria esistenza è accettare il passaggio dall’uno al molteplice, dall’individualismo alla comunità.
È qui il “luogo” in cui si può dire:« Cristo è risorto» ed è qui che si può rispondere:« È veramente risorto». È la comunità che permette di “toccare” il corpo del risorto. È la comunità che mi permette di “fare esperienza” di resurrezione.
La condivisione dei beni è segno sacramentale di tutto ciò. Essa è sì un punto di arrivo, ma diventa subito una scaturigine di comunione. Non è un caso che, nella prima comunità cristiana, era indissolubilmente associata allo “spezzare il pane”, sacramento di quell’unità che la comunione dei beni significava.
Il possesso, o la incoercibile tendenza ad esso, si pone come una pulsione di morte che conduce al dissolvimento di sé mentre sembra volerne affermare la consistenza e la predominanza racchiuse in una presunta identità definita proprio dal possesso (di sé, delle relazioni che si vivono, dei beni che si usano). La resurrezione smaschera tutto ciò. Alla donne che vanno alla tomba vuota viene proposta un’assenza (« Non è qui»); gli apostoli non “riconoscono” Gesù risorto se non dopo aver constatato il vuoto lasciato dai chiodi e dalla lancia, ferita non rimarginata. Devono rinunciare a possedere anche il ricordo del Gesù che avevano conosciuto, devono rinunciare anche all’unica cosa che era loro rimasto: il corpo del maestro e dell’amico morto. Ora è il momento in cui è la “fede” che crea le condizioni di giudizio e di realtà. È in questo “affidarsi” che è possibile credere che i confini dell’Io si possano dilatare al punto che Io non sono Io se non nell’incontro con il Tu.
La tentazione (perché di vera tentazione si tratta) è sempre nel tendere al ritorno all’Io originario, uno, inscalfibile, autodefinito e autoportante, autosufficiente sempre, e comunque sempre riferito a sé anche quando si scopre bisognoso di aiuto. È il chicco di grano che se non muore resta solo. È colui che, nel tentativo di affermare la propria vita, la perde.
« Nessuno diceva sua proprietà ciò che gli apparteneva». L’appartenenza è altra cosa dalla proprietà. Il bene di cui dispongo mi appartiene davvero solo quando ne faccio a meno e lo condivido. In questa condivisione, la non proprietà e la vera appartenenza.
« Non si possiede se non ciò che non si possiede. Ciò che si possiede non lo si possiede più» (M. Yourcenar, Fuochi).
Così, crediamo, è la vita dei risorti.
