In potenza siamo molte cose: un’energia allo stato puro che tende verso una realizzazione. Ma è l’atto che ci definisce. È l’idea di progetto: chi siamo veramente? Conosciamo il nostro destino, ciò per cui siamo al mondo? Ci interessa? Lo spartiacque tra superficialità e profondità sta in questo punto. Dove trovare gli strumenti per conoscersi? Secoli di percorsi spirituali e decenni di studi sulla psiche ci stanno alle spalle: sono sufficienti? L’esperienza e la competenza altrui permettono di riconoscere l’unico e l’irripetibile, la realtà originale e non replicabile che è in noi? È evidente che, non trascurando gli strumenti messi a disposizione dalla cultura e dalla storia, occorre trovare vie che facciano procedere nella ricerca. C’è un Oltre che ci supera. Un Essere che ci contiene, al quale siamo noti. Mancasse questo, non sapremmo mai chi siamo.
La conseguenza immediata di questa consapevolezza è che mi libero dal giudizio degli altri: non sanno nulla di me. Il passo successivo è che mi libero dal mio giudizio: cosa so di me stesso? Posso capirmi solo visto dall’Oltre al quale sono noto. Per questo è necessario un anghelos, un messaggero, qualcuno che mi dia notizie dalla patria di cui sono cittadino. Notizie buone, perché scalzano le false certezze accumulate nel tempo, a causa dei giudizi degli altri e di me stesso. Non possiamo vivere senza questo vangelo, letteralmente buona notizia. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci informi su ciò che veramente siamo, sull’abissale distanza da quello che crediamo di essere.


Talvolta ci si può distrarre ed il nostro essere esteriore si manifesta occultando tutto ciò che di spirituale esiste nel nostro intimo.
E ci si propone in una espressione di noi stessi che diventa una
interpretazione nel vivere quotidiano che non ci rappresenta nella nostra interezza;
Non dobbiamo manifestarci offrendosi al prossimo “a metà “;
bisogna piuttosto aprirsi nell’interezza del proprio essere,corpo e anima,trasparenti,
e lasciare che sia l’altro a vederti “serpente che abbia ingoiato un elefante”o “da cappello”; oppure a decidere cosa contiene la “cassettina” ,se una pecora o qualsiasi altro…a sorpresa, inconsapevole del “vuoto o del contenuto”…
Mostrarsi apertamente,subito, al primo sguardo, offrendosi nella propria completezza; esercizio questo che comporta la consapevolezza di una indivisibilita’ di corpo e spirito;
quello Spirito che Dio ci ha donato, attorno al quale,cellula dopo cellula si è costruito il nostro essere carnale.
Ed ecco che questo corpo potrà crescere, anche lui,soltanto se corroborato da quel “mangiare e bere” che sono nutrimento e fonte
che ci consentono di non “appassire” ma di poter rinvigorire, con/in
quello Spirito che ci riporta alla nostra appartenenza.
Si,bere dal proprio pozzo…
l’importante è che con il nostro vivere, non sia stato “inquinato” !…
(…repetita iuvant!…)
Paradossalmente, è dalla scienza chi oggi possono giungere spunti di riflessione sulla reale possibilità che la nostra coscienza sopravviva alla morte fisica.
Specchiarsi nell’immensità nell’universo per ritrovare il proprio volto, la propria vocazione a trascendersi, sarebbe un esercizio salutare per un’umanità completamente ripiegata sul proprio ombelico.