In fondo alla via Canonica

di Antonio Sparzani

in che senso “in fondo”? Da che parte? Beh, vi ho già portato dalla parte di piazza Gramsci, adesso andiamo dalla parte opposta, cioè verso il centro, e incontriamo così il viale Elvezia, traversato il quale si entra nel parco Sempione. Il Parco! Un posto grande, bello, vario, pieno di piante e, in questa stagione, di fiori e profumi e aria pulita (per lo meno un po’ più pulita di quella dei vialoni circostanti).
Chi si incontra nel parco? Dipende dall’ora in cui ci si entra; la mattina molti proprietari(e) di cani; cani di ogni forma e tipo, buoni, aggressivi, indifferenti, ma in genere vogliono salutarsi a vicenda, anche perché nel parco vengono spesso lasciati liberi, senza guinzaglio, nei modi in cui si salutano i cani, naturalmente, inducendo così spesso i padroni a sorridersi, a scambiare due parole.
Poi ci sono gli scoiattoli, che pure devono stare ben attenti perché certi cani, quelli con l’istinto della caccia, non perdonano, per fortuna gli scoiattoli si arrampicano volentieri sugli alberi e sfuggono alla cattura.
Il parco Sempione connette da una parte il Castello Sforzesco con, dall’altra, il piazzale che contiene l’Arco della Pace, che nome mitico questa Pace, sempre più assente in tutto il mondo! E dall’Arco della Pace, se si guarda nella direzione esattamente opposta al Parco si vede tutto corso Sempione, dritto dritto, che punta direttamente verso la Francia
Stando un po’ nel parco si ha il tempo di ammirare tutto quello che esso contiene, soprattutto la vegetazione, erba, cespugli, alberi, tanti, diversi, piccoli, grandi, fioriti o no, con radici enormi e sporgenti o piccoli steli delicati. A me evoca irresistibilmente quanto scrive Stefano Mancuso nel suo straordinario libro La Nazione delle Piante (Laterza, 2019), a proposito di tutti i vegetali, che comunicano tra loro, scambiano sostanze, si spostano con notevole intelligenza: quanto sfugge allo sguardo superficiale di homo sapiens! Le piccole radici terminali, si incontrano e scambiano informazioni, percepiscono ostacoli o sostanze nocive a distanza e comunque proteggono quelle a loro simili. Ci sono laghetti, piccoli corsi d’acqua, piante e animali d’acqua, un mondo. Mi viene da pensare come dev’essere una vera foresta, grande chilometri quadri, un grande organismo vivente che non immaginiamo e probabilmente di cui non capiamo la complessità e l’importanza anche per la nostra vita. Neppure certi governanti apparentemente più illuminati di altri, capiscono questi aspetti, neppure Lula, sembra, che lascia distruggere chilometri quadri di foresta amazzonica. Sostiene Mancuso che solo con le piante ci potremo salvare dall’enorme quantità di anidride carbonica che immettiamo ogni giorno in atmosfera, vi riporto questo brano dal libro che ho citato (pagg. 89 – 95):

“Insomma, il problema vero è che, fino ad un certo punto, il ciclo del carbonio ha funzionato a dovere: da una parte la CO2 si liberava nell’atmosfera con le combustioni, digestioni, fermentazioni ecc. e dall’altra si fissava nelle piante attraverso la fotosintesi. Un ciclo, appunto. In grado di assorbire senza traumi oscillazioni anche importanti nelle quantità di anidride carbonica e alla fine mantenere tutto inalterato. Per milioni di anni questo sistema ha funzionato come un orologio. Finché, in concomitanza con la rivoluzione industriale, la quantità di CO2 immessa nell’atmosfera con l’uso dei combustibili fossili è diventata così enorme da non poter essere più interamente fissata dalle piante.
Ma, per capire meglio cosa sta succedendo, è necessario fare un passo indietro. Un passo piuttosto lungo, in verità. Non è la prima volta, infatti, che nella storia della Terra il livello di CO2 raggiunge livelli allarmanti. Tutt’altro. Intorno a 450 milioni di anni fa, la concentrazione nell’atmosfera terrestre raggiunse picchi molto più elevati di quelli correnti, presumibilmente intorno ai 2000-3000 ppm (parti per milione).
A questi livelli di CO2, i primi organismi che proprio allora si affacciavano sulla terraferma si trovarono a vivere in un ambiente ben diverso da quello odierno: temperature molto elevate, radiazioni ultraviolette, tempeste formidabili e fenomeni atmosferici violenti. Un ambiente che rimase a lungo ostile, al limite delle possibilità di sopravvivenza per la maggior parte delle specie, finché qualcosa di inaspettato, in un tempo relativamente breve, non fu in grado di cambiare tutto, abbattendo drasticamente la quantità di CO2, fino a livelli molto più bassi e compatibili con la vita. Cosa era successo?
Semplice, le piante, deus ex machina di questo pianeta, si erano manifestate, risolvendo, con un colpo di scena, una situazione apparentemente senza vie d’uscita. In relativamente pochi milioni di anni, le neonate foreste arboree, assorbendo smisurate quantità di CO2 atmosferica e utilizzando il suo carbonio per creare sostanza organica, erano state in grado di ridurne la concentrazione di circa dieci volte, modificando sostanzialmente l’ambiente terrestre e rendendo possibile l’avvento di una diffusa vita animale terrestre. L’enorme quantità di carbonio rimossa in quel periodo dall’atmosfera venne fissata, attraverso la fotosintesi, nel corpo delle piante e degli organismi marini fotosintetici e da allora è rimasta sepolta, nelle profondità della crosta terrestre, trasformandosi in carbone e petrolio. E lì sarebbe rimasta per sempre, intoccata e innocua, se noi, come nei peggiori film horror, non fossimo andati a disturbare il sonno di questo mostro. Usando quell’antico carbonio come combustibile, infatti, l’uomo rilascia ogni giorno grandi quantità di nuova CO2, che, non potendo essere gestita dal ciclo attuale del carbonio, aumenta la quota di CO2 libera nell’atmosfera, con conseguente amplificazione dell’effetto serra, aumento delle temperature ecc. Cosa possiamo fare?
Certamente ridurre le emissioni come si sente dire da tanto, da tanti. È una cosa buona e giusta, ma, francamente, i risultati di questa strategia negli ultimi anni sono stati impalpabili.
Il 16 dicembre del 1988 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava all’unanimità una risoluzione sul tema della Tutela del clima globale per le generazioni presenti e future dell’umanità. Su questa risoluzione si è costruito l’intero processo che ha portato negli anni alla convenzione quadro sui cambiamenti climatici del 1992, al protocollo di Kyoto del 1997 e, infine, all’accordo di Parigi del 2015. Da una così energica attività ci si sarebbe attesi splendidi risultati che, invece, non sono arrivati: dal 1988 ad oggi,
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Così, malgrado le buone intenzioni, rimane il fatto innegabile che questi accordi, in parte per le indubbie difficoltà, in parte per la scarsa volontà e l’inettitudine della politica, sembrano essere del tutto inefficaci.
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un aumento del 40% di CO2 in trent’anni, nonostante generazioni di scienziati e attivisti abbiano cercato di modificare la curva piegandola verso il basso, non può essere considerato un buon risultato.
Quindi, cos’altro possiamo tentare? Mi sembra ovvio: lasciar fare di nuovo alle piante! Hanno già dimostrato in passato di essere in grado di ridurre drasticamente la quantità di CO2 nell’atmosfera, permettendo agli animali di conquistare le terre emerse. Possono farlo di nuovo, regalandoci una seconda possibilità. Per questo dovremmo coprire di piante qualunque superficie del pianeta in grado di poterle accogliere. Ma prima è necessario bloccare ogni ulteriore deforestazione. Il taglio delle foreste non è compatibile con la nostra sopravvivenza come specie.
La difesa delle foreste dovrebbe diventare argomento di un trattato internazionale, che vincoli il maggior numero di Stati – soprattutto quelli all’interno del cui territorio si trovano le principali riserve verdi del pianeta – alla totale intangibilità delle stesse. Dalla residua funzionalità di questi ecosistemi, lo ripeto, dipende la nostra stessa possibilità di sopravvivenza.
Senza una sufficiente quantità di foreste, non esiste alcuna reale possibilità di poter invertire il trend di crescita della CO2. La deforestazione dovrebbe essere trattata come un crimine contro l’umanità, e punita di conseguenza. Perché è di questo che realmente si tratta. L’intangibilità delle foreste e il loro mantenimento in vita, così come l’obbligo a mantenere intatti suolo, aria e acqua, dovrebbero trovare posto nelle costituzioni di tutti gli Stati, non solo in questa nostra costituzione della Nazione delle Piante.
Che dalle piante dipende la nostra unica possibilità di sopravvivenza dovrebbe essere insegnato nelle scuole ai ragazzi e agli adulti in ogni altro luogo. I registi dovrebbero fame film, gli scrittori libri. Chiunque è chiamato a mobilitarsi, e se credete che stia esagerando e non vedete alcun vero motivo per alzarvi dal divano per difendere l’ambiente e le foreste, sappiate che questa è l’unica, vera, emergenza mondiale.
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Le piante possono aiutarci. Soltanto loro sono in grado di riportare la concentrazione di CO2, a livelli inoffensivi. Le nostre città, ospitando il 50% della popolazione mondiale (nel 2050 si arriverà al 70%), sono anche i luoghi del pianeta responsabili della produzione delle maggiori quantità di CO2. Dovrebbero essere completamente coperte di piante. Non soltanto negli spazi deputati: parchi, giardini, viali, aiuole ecc. ma dappertutto, letteralmente: sui tetti, sulle facciate dei palazzi, lungo le strade, su terrazze, balconi, ciminiere, semafori, guardrail ecc. La regola dovrebbe essere una sola e semplice: dovunque sia possibile far vivere una pianta, deve essercene una. La cosa non richiederebbe che costi irrilevanti, migliorerebbe in una miriade di modi la vita delle persone, non esigerebbe alcuna rivoluzione nelle nostre abitudini, come molte delle soluzioni alternative proposte, e avrebbe un grande impatto sull’assorbimento di CO2. Difendiamo le foreste e copriamo di piante le nostre città, il resto non tarderà a venire.”

Questo libro, come forse altri, andrebbe fatto studiare nelle scuole e andrebbe diffusa la coscienza del ruolo che le piante giocano – e potrebbero giocare – nella storia dell’umanità.
Andate a fare un giro pigro nell’interno del Parco Sempione, o di un altro parco abbastanza grande, dove non ci sono baracchini e lontano da edifici; pensate a tutte queste cose, sentitevi parte di un mondo che non avete forse mai sospettato.

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