Accolgo volentieri l’invito di Fabrizio Centofanti a partecipare all’iniziativa ‘La Poesia e Lo Spirito’. È sempre utile per i poeti avere l’opportunità di riflettere sul proprio lavoro. Il poeta è creato dalla sua stessa creazione; non vi è poeta senza poesie. È quindi giusto che, a un certo punto, rifletta su cosa è diventato grazie a ciò che scrive e su quali siano le intenzioni che ancora lo spingono a scrivere.
Sebbene scrivessi in versi dai tempi del Liceo, non mi sono mai visto come poeta, non mi sono mai identificato con lo scrivere poesia. Crescendo mi ero anche allontanato per merito, o per colpa, di una laurea in Lettere che mi ha messo a conoscenza, approfondita e contestualizzata, con il testo poetico e con i suoi migliori epigoni. In sostanza, non ero poeta per amore verso la poesia, troppo la amavo per sentirmi “sesto fra cotanto senno”, per dirla con Dante.
Siccome non siamo noi i padroni della nostra vita, mi ritrovai senza volerlo “in una selva oscura” e durante un viaggio in bicicletta, in solitaria, per le campagne di Bassa bresciana, ebbi una sorta di “manifestazione dell’essere”, o come dir si voglia, che mi spinse a mettere in versi il non propriamente poetico paesaggio che mi si metteva davanti. Una volta tornato a casa, mi posi la questione di quale linguaggio utilizzare per trasmettere quel paesaggio e quel sentimento, così come mi era apparso, sulla carta.
Da questo “inizio” ebbe origine quel poco o tanto che ho scritto e ciò che ancora dura. Questa avventura della poesia mi ha portato a una serie di conseguenze di cui sono io il primo a sorprendermi. La mia sorpresa viene dal mio continuo sentirmi inadeguato, che è in fondo un bel modo di sentirsi perché porta a meravigliarsi delle cose belle e a non rimanere delusi delle cose brutte.
La mia poesia parte dalla realtà e cerca di non andare oltre. La realtà è l’immediato, nel senso di ciò che si manifesta immediatamente. Tornare a un ‘vedere’ che precede il ‘guardare’, intendendo con ‘guardare’ un atto di volontà, anche solo di comprensione. L’atto del vedere precede il capire; non siamo noi ad andare verso di esso, ma è il manifestarsi stesso che, come un trauma, ci sorprende e ci coglie impreparati. La volontà, l’io, la ragione, sono una risposta all’immediato, all’inaspettato. Anche il più bel paesaggio, che ci delizia con la sua grazia, si presenta a noi come esterno, preesistente a noi. Qui non uso la parola “trauma” in senso negativo, ma nemmeno in senso positivo. Intendo cioè l’evento che suscita in noi una risposta e che ha come primo riflesso un irrazionale “timore” o fascinazione. Che esista qualcosa che non siamo noi, che è al di là di noi, è provato da questa immediatezza del mondo.
La sensazione di immediatezza, di pre-concettualità, esiste anche nei confronti dei nostri sentimenti e moti dell’animo. Sebbene sia la natura che il nostro animo siano fenomeni per lo più comprensibili, o su cui è possibile trovare una spiegazione, vi è un minimo ritardo tra il loro essere vissuti e la nostra penetrazione intellettuale. Quando ci troviamo a essere innamorati, ci sorprendiamo di esserlo, così come spesso ci sorprendiamo delle nostre reazioni che vanno contro l’idea che avevamo di noi stessi. Mettere su carta e quindi trasmettere, anche a chi non ci è prossimo, questa immediatezza, è il vero senso della poesia. Per fare questo non abbiamo che la riflessione sul linguaggio.
Essendo il reale, cioè il mondo, e i nostri stessi sentimenti, continuamente nuovi a noi stessi, è la nostra stessa vita a presentarsi come ciò che non avevamo previsto. Al di là di un personale giudizio, che è per definizione retroattivo e spesso legato alla sensazione del momento, vi è la sorpresa perpetua del suo manifestarsi e della sua unicità. Unicità del singolo momento come della vita suo complesso, quando ci soffermiamo a riflettere. Anche qui vi è una immediatezza, un venire prima, che io cerco di cogliere nella mia poesia.
Mi sono anche chiesto per quale motivo dovrei trasmettere, anche a chi non conosco, o potenzialmente a chi non è ancora nato, questa immediatezza, o meglio, il risultato dei miei sforzi per cercare di fissare con il linguaggio questa continua scoperta. Una risposta potrebbe essere la ricerca di un terreno comune di comprensione con il lettore. E quindi, anche se dovessi raggiungere un solo lettore, con l’intera umanità. Un singolo lettore, infatti, rappresenta tutto il genere umano in quanto egli è un essere umano. Questo terreno comune a tutti gli uomini rappresenta nei fatti la salvezza, mia, come singolo, e collettiva, poiché tutto il male viene dal non capire di essere un’unica collettività.
Vi è quindi nei miei intenti quello di giovare alla posterità, come si usava dire nei tempi passati, cioè di costruire il bene. Parlo di futuro perché è il futuro che definisce il nostro agire, noi agiamo sempre in vista del futuro. Risultino adeguati o vani i miei sforzi, l’intento deve essere quello di andare oltre il tornaconto personale (che è comunque anche esso un pensare al futuro, ma solipsistico). Lo stesso “deve essere” non è in senso kantiano, astratto o assoluto, ma è posto come condizione per la realizzazione del futuro.
Posso dire, quindi, che quando scrivo qualcosa di efficace (cioè di qualcosa che viene raccolto da qualcuno) ciò è avvenuto perché sono riuscito a creare un vuoto di me, mi sono fatto da parte come volontà di affermazione. Questo avviene, più che nel momento della scrittura, nell’atto successivo della correzione. Una correzione e un ripensamento che può avvenire, in fasi successive, anche per anni. Come succede, soprattutto nei gradi poeti, che rivedono i propri testi per tutta la loro vita.
Giuseppe Cerbino ha colto un punto essenziale del mio scrivere. “La realtà non ha bisogno di simboli perché così come si presenta è in se stessa simbolica”, scrive nella prefazione a un mio libro. Alfonso Guida chiama questa caratteristica del mio scrivere “ironia”, cioè distacco. Affermazione che mi trova d’accordo perché, personalmente, provo diffidenza verso la serietà, intendendo con essa l’identificarsi con ciò in cui si crede. Questa è una aporia dove io definisco me stesso a partire dal mondo, come se non ne fossi io la mia causa e quindi il responsabile di ciò che faccio e di ciò che sono.
Ora, più di tutti i discorsi, credo convenga lasciare al lettore qualche mio testo.
È il primo di febbraio, il sole scalda
quasi il mio cuore ancora infreddolito.
Offesa è l’erba, stecchiti protende
al cielo i suoi rami il vecchio moro;
ma ora c’è questa luce e l’aria vibra
di quell’antico abbaglio che è la vita.
*
Sferza il vento la casa avita, a raffiche
scende dal Garda, sbattono finestre
e porte, si rovescia il secchio azzurro,
volano per il portico le prime
foglie secche, s’appresta il temporale
sulle gramigne bruciate dal sole.
Si odono i primi tuoni, ma non piove:
è solo strepito.
*
Ricordi sulla spiaggia la medusa?
Composta d’acqua, mare e gelatina
ordigno ritrovato alla marina
specie quell’anno piuttosto diffusa
tanto che era proibito, mia delusa
amata, il bagno e, come una bambina,
non ti volevi arrendere se prima
non trovavi una più sincera scusa
per quell’estate strana, ma partita
maldestramente e che non prometteva
di migliorare nei futuri giorni.
Adesso ignara marciva, le dita
toccavano la cosa dai contorni
blu come il cielo che ci richiudeva.
Nota: Le tre poesie sono tratte rispettivamente dalle raccolte I morti dell’Astore, Da maggio a settembre, Tutto il resto resta. La foto è di Giovanna Dell’Acqua (@gio.dellacqua)
Leonardo Tonini (nato nel 1974 a Mantova) ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel 2014, Megalopoli, a Lugano, a cui ha fatto seguito Sinué (2016), Tutto il resto resta (2020), Tra maggio e settembre (2021) e A metà del vivere (2023). Le poesie di Siriana sono state tradotte e pubblicate in tedesco su Orte (Lucerna, 2021) e in arabo su The New Arab (Londra, Algeri, 2022). Una versione in musica del compositore Stefano Ghisleri è stata rappresentata a Hochdorf (Svizzera) al Seetaler Poesiesommer Festival 2021 ed è stata pubblicata nel 2022. Nel 2019 un brano di Ghisleri per pianoforte e soprano, su una poesia (La notte tace) è stato eseguito alla XIX Settimana della Lingua Italiana nel mondo, a Stoccolma. Una sua traduzione di Le Bestiaire ou Cortège d’Orphée è in uscita con i disegni di Sara Antonacci. È co-fondatore del movimento artistico sannixista.



