Nella prima metà degli anni venti del XXI secolo
Oggi, superate le secche della svolta di Secolo, in qualche modo segnata dalla sciagura dell’attentato alle Torri Gemelle, avvenuta l’11 settembre del 2001, in questa prima metà del Ventennio del XXI Secolo iniziata con una tremenda epidemia che ha comportato milioni di morti nel mondo e ora devastata da una crisi mondiale legata ai conflitti russo-ucraino e israelo-palestinese, che rischiano di portarci sull’abisso della terza guerra mondiale con lo spettro di una guerra nucleare, da una parte, e col pericolo, dall’altra parte, che si ripeta ben altro Olocausto, tra l’altro provocato proprio da chi lo aveva subito nel Secolo passato, dovremmo chiederci a maggior ragione, ripetendo quello che aveva avuto modo di dire il filosofo Adorno dopo Auschwitz, se oggi, dopo quanto sta accadendo, «Scrivere una poesia sia un atto di barbarie». Allo stesso modo, anche Salvatore Quasimodo, nel 1947, nell’immediato dopoguerra, scriveva questi versi, presenti nella raccolta Giorno dopo giorno, versi successivamente divenuti di dominio popolare, ispirati dal Salmo 137 della Bibbia («Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre»):
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Come si poteva «cantare», dice Quasimodo, nel mezzo dello scempio della guerra, come si potevano scrivere poesie in mezzo ai tanti giovani morti e al lamento e alla disperazione delle madri? Non restava altro che fare un voto e appendere le cetre alle fronde dei salici; cetre in qualche modo anche loro impiccate, come dire che nell’aura di morte anche la poesia aveva trovato il suo exitus.
La riflessione del filosofo, Adorno, e lo sfogo appassionato del poeta, Quasimodo, erano la deriva naturale di un sentimento di spaesamento, di abbandono e di disperazione, di scoramento collettivo, propri di quel momento storico così tragico e amaro, ma che in embrione accennavano e invitavano a una ribellione a quanto era accaduto. Ma sottofondo serpeggiava la volontà di andare oltre. La barbarie poteva e può essere superata soltanto con una risposta forte e chiara di civiltà e la civiltà si costruisce attraverso la cultura (non per nulla il termine tedesco Bildung la sa e la dice lunga) e il colmo della cultura è proprio la poesia, da che mondo è mondo.
Mutatis mutandis, oggi ci troviamo in una dimensione se non del tutto analoga, abbastanza simile a quella degli eventi delle calamità civili del Novecento per i motivi suddetti, anche se oggi nel baratro non ci siamo ancora del tutto dentro, ma ne abbiamo raggiunto la soglia e a caderci fino al fondo non manca molto. Questo al momento è quanto di peggiore ci si potesse attendere. E sono tante le questioni del nostro tempo che stanno conducendo l’umanità allo spaesamento più totale. Siamo alla deriva per innumerevoli problemi, come quelli ecologici e ambientali, siamo in piena crisi energetica, la crisi economica incalza, il problema delle migrazioni legate alle sacche di povertà insopportabili per un essere umano è un problema che sembra irrisolvibile, ma il problema della povertà non è più solo del Terzo Mondo, perché i poveri sono tanti anche nel mondo occidentale, se pensiamo come la disoccupazione, la sotto-occupazione e il lavoro mal-pagato creino problemi di sopravvivenza a buona parte della popolazione. Ma i problemi sono anche altri. A livello sociale e anche a livello familiare. Denatalità, violenze, decadenza morale, caduta dei valori. Ci sono poi i problemi individuali e personali, legati, è vero, all’insofferenza scaturita dai problemi sociali, ma che sono pure dipendenti da una distorsione dei valori che non vengono più declinati e vissuti in modo oggettivo ma sono agiti in termini concettuali e di fatto in modo esclusivamente soggettivo. Lo spaesamento è legato soprattutto dalla perdita del significato e del senso di vivere. Oggi non si vive più bene, perché si è perso il timone e la barca è alla deriva. Nel mondo classico e nell’età medievale la vita e i vissuti erano orientati nelle more della felicità e di una vita buona e di quelle virtù che aiutano a ricercare un qualche modo a dare senso all’esistenza, esistenza che oggi per molti è un navigare in un frustrante nichilismo.
In questo contesto, in questa nostra sofferta contemporaneità, quale potrà mai essere lo stato dell’arte, se in più è venuto meno il senso del sacro? Facile dire che anche l’arte denota il suo stato di sofferenza che rispecchia il contesto sociale e personale. Ma arrivare al punto di poter dire che l’arte è morta non si può dare, per il fatto che l’arte è il culmine della spiritualità dell’uomo e tale spiritualità che è la determinante della libertà nel connubio con la responsabilità non potrà sparire finché ci sarà un uomo su questa terra.
La poesia è il non plus ultra di questa spiritualità e nell’ambito delle arti continuerà ad esserne la regina incontrastata. Ma che cos’è la poesia? Che cosa è una poesia? Come possiamo definirla oggi? Ebbene, voglio citare il poeta portoghese José Tolentino Mendonça che così afferma con una prosa poetica di alto livello nella raccolta La strada bianca: «Una poesia è un esercizio di dissidenza, una professione di incredulità nell’onnipotenza di ciò che è visibile, stabile, appreso. Una poesia è una forma di apostasia. Non c’è vera poesia che non faccia del soggetto un fuorilegge. Una poesia obbliga a pernottare nella solitudine dei boschi, in campi innevati, in rive incontaminate. Che altra verità esiste nel mondo se non quella che non appartiene a questo mondo? Una poesia non cerca che l’inesprimibile: non c’è uomo pio che, nella concitazione della sua pietà, non lo cerchi. Una poesia restituisce l’inesprimibile. Una poesia non conquista la purezza che affascina il mondo. Una poesia abbraccia precisamente l’impurezza che il mondo ripudia» e in Teoria della frontiera afferma «una poesia segue le premesse della guerriglia urbana. […] Non permette a nessuno di conoscere la totalità degli elementi in campo». Come dire un invito, come già detto prima, alla a quella ribellione e all’apostasia da parte della parola poetica a contrastare – pur facendosene carico – le false credenze di questa società martirizzata dall’individualismo metodologico, dal nichilismo, dai minimalismi, dai dualismi che smembrano l’uomo in anima e corpo – quando la realtà ci mostra l’unitotalità somato-psichico-spirituale della persona umana -, dalle certezze che non esistono se non nella dimensione del mistero, a scanso dell’importanza eccessiva data al progresso e alle scienze nei confronti della dimensione umanistica rappresentata in primis dalla poesia. Poesia che si fa carico soprattutto dell’imperfezione, dell’inesprimibile, dell’impuro. Tutto questo, con quale intento, se non quello di cogliere nella realtà quel pericolo in cui però si annida la salvezza, come ci aveva suggerito Holderlin?
Ecco, dunque, che la poesia oggi più che mai ha molto da dire e molto ha da dire di essenziale ed è lo strumentum per antonomasia che aiuta a ritrovare la strada, perché la strada c’è come ci sono le porte aperte per poter approdare a una qualche meta. Basta trovare il metodo (la via giusta) per scavalcare le aporie (le chiusure delle difficoltà). La speranza che il domani, a partire da oggi, sia migliore è possibile e il modo cruciale per sperare è proprio anche della poesia. Poesia che deve credere in sé stessa e nelle sue potenzialità. Per cercare di ri-dare senso all’esserci, a questa esistenza che stiamo bruciando. E la stiamo bruciando col fuoco sbagliato. Perché non ci rendiamo conto che dobbiamo soffiare sulle braci di quel mondo umano che la tradizione propria del mondo classico e di quello medievale sta per essere del tutto annientata da un atteggiamento sempre più epigono della modernità. La poesia, attraverso la rimessa in campo di una dimensione performativa del poeta e della poesia può tentare la via di un recupero proficuo del senso di poetare affinché la poiesis si faccia anche praxis, prassi nell’accezione etica di Aristotele che a questa attribuisce un orizzonte metafisico indovato nell’intenzionalità dell’azione. Una poesia onesta e realistica e personalista che possa avvicinarsi e fare avvicinare ai trascendentali, verità, bontà e soprattutto bellezza, nella misura in cui però continui a sporcarsi le mani coll’humus della sua specificità materiale e metafisica, la sua unitotalità di carne e spirito. Humus che rimanda a quella umanità e a quell’umanesimo, ormai quasi del tutto perduti, ai quali i poeti debbono guardare per combattere la loro guerriglia col fine di riportare un briciolo di senso e di sacralità in questo mondo.


