«Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.»[Mc 6,7-13]
Li aveva già chiamati e li aveva chiamati per nome, li aveva già costituiti come “i Dodici”. Ora, li manda e i Dodici diventano “mandati” ( in greco, “apòstoloi”). Da oggi essi sono Apostoli.
Ma, se la chiamata iniziale era stata individuale, l’invio è a coppie. In realtà quattro di loro erano stati già chiamati in coppia: Andrea e Simone (rinominato Pietro) e Giacomo e Giovanni. Solo che si trattava di due coppie di fratelli. Erano già fratelli fra loro, nell’ordine della consanguineità. Mai, però, questa consanguineità ha avuto un peso fra i Dodici. Nessuno di loro è stato in qualche modo condizionato dal legame di sangue, che, lo abbiamo visto più volte, nei vangeli non ha mai la predominanza, anzi, spesso è visto come ostacolo o appesantimento.
Ora, però, ora che la questione comincia a farsi seria; ora che l’essere stati “dietro a Gesù” diventa “essere mandati”, non è più sufficiente essere chiamati per nome: ora bisogna essere due.
Due, non solo è più di uno, ma è l’inizio di una pluralità, è l’inizio di una fratellanza nuova.
Due è la possibilità di dire “noi”, è l’apertura di senso il cui termine di riferimento è l’altro, nella sua concretezza, nella sua compagnia.
“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì ci sarò io” (Mt 18,20). È il terzo che rompe il cerchio e dà significato.
Perché si possa andare, è necessario essere almeno in due. La missione è sostanziata ( e forse condizionata) dalla fratellanza che ad essa sottende. Il primo annuncio che gli apostoli sono chiamati a dare è ciò che li unisce, al di là dei rapporti di sangue. “ A due a due” vuol dire che nessuno è cristiano da solo, che qualunque atto del singolo è atto comunitario perché nella comunità esso origina e della comunità esso parla. E gli atti di questo annuncio sono atti di separazione: cacciare gli spiriti impuri e allontanare la malattia.
Impuro è ciò che divide l’uomo da Dio, ciò che impedisce la libertà in un rapporto di comunione, ciò che combatte il tentativo di simbolizzare, “diabolizzando”. Separare il puro dall’impuro non è un atto morale; qui non si condannano le condotte umane, propugnando un combattimento in nome di Dio.
Il primo annuncio è per la “conversione”, e perché la conversione avvenga è necessario rimuovere gli ostacoli che bloccano il percorso. Una volta fatto questo è necessario rendere saldo ciò che è “infermo” (non fermo, instabile). Ogni atto di guarigione tende ad altro, oltre che ad una sanità fisica. Per camminare è necessario avere buone gambe, salde e ferme.
“Oltre al bastone, nulla”.
Non ha solo l’utilità dell’appoggio durante il cammino, quel bastone; non è solo il segno del pastore che si prende cura del gregge. Esso è la continuità dell’azione liberatrice di Mosè (Es 4). La liberazione dell’Esodo si compie nella conversione annunciata dagli apostoli, a due a due. Non solo ci viene detto che la liberazione non è compiuta, ma che essa si può compiere solo in un processo che coinvolga l’alterità, concreto farsi di un orizzonte verso cui ogni desiderio conduce.
Mai da soli. A due a due.

