
La poesia di Valerio Mello, poeta agrigentino con la sicilianità nell’anima e il sangue nelle vene proprio della discendenza dalla Magna Grecia, è assai preziosa. L’adorata Sicilia del poeta è spolverata dall’oro della parola classica, che lui riesce magistralmente ad orchestrare con una mirabile voce. Già nelle prove precedenti, come in Rive, egli aveva mostrato di essere originale e fuori dagli schemi del minimalismo poetico oggi imperante. Difatti, la raccolta Rive, pubblicata nel 2022 nelle Edizioni Ensemble, è un libro che mi convinse nella lettura sin dalle sue prime battute. Il dettato, ora come allora, sia in Rive sia in Hypsas è tipico della tradizione novecentista. Tradizione a me molto cara. Come sappiamo, oggi, molta della critica considera buona parte della letteratura del Novecento, a partire da quella ermetica, un capitolo da emarginare e addirittura da accantonare. Ma questo non mi trova assolutamente d’accordo, anche perché un libro di pregio, come questo di Mello, non meriterebbe assolutamente il trattamento che gli potrebbero riservare molti critici conformisti alla stregua dell’imperante mainstream minimalista, che a mio avviso ci può tranquillamente far dire, in contraltare, che ce ne corre tra una poesia minimalista che viaggia rasoterra e una poesia che invece guarda alla tradizione e agli stilemi classici, volando alta. Non ho mai creduto nella progressività dell’arte e soprattutto della letteratura. Per il motivo che la letteratura è ben diversa dalla scienza e dunque non è detto che quello che precede e appartiene al passato anche remoto non continui ad avere significato, anche perché la dimensione umanistica, a differenza di quella scientifica non si nutre solo di significato ma si nutre soprattutto di senso. Motivo per cui non guasta ogni tanto voltarsi indietro e seguire, a seconda della propria predisposizione poetica, i maestri di un tempo ormai lontano. L’importante è innovare nella tradizione attraverso una personale ricerca linguistica e stilistica, cosa che, nella fattispecie, Mello riesce a fare molto bene. L’accuratezza e la ricercatezza e compostezza linguistica e stilistica, oltre che contenutistica, con un’opera accurata di cesello, sono un tratto determinante di questo poeta e sia nel precedente come pure in questo libro, Hypsas, pubblicato anche questo nelle Edizioni Ensemble nel corrente 2024, ci troviamo tra le mani un volume assai convincente e originale. Hypsas è il nome d’un tratto del fiume San Leone, chiamato Drago, che si trova presso Agrigento (Akragas nell’epoca classica, al tempo della Magna Grecia) e che nell’Ottocento era conosciuto come il Fiume di Girgenti.
Va subito detto, a conferma della sicilianità del poeta, ma anche per la loro passione per il legame con la lirica della Grecia classica, che, per quanto sia stata di già riconosciuta una stretta vicinanza a Salvatore Quasimodo (corregionale del nostro poeta), e sono in pieno accordo, mi sento comunque di accampare l’ipotesi per cui il faro della poesia e della poetica di Valerio Mello, in entrambi i libri, potrebbe essere, per quanto attiene alla vicinanza alla poesia contemporanea, Dino Campana, per le caratteristiche indubitabilmente orfiche e visionarie di una poesia che si gioca soprattutto su quel piano in cui ci si lascia andare a un canto prosaico che trasmuta mirabilmente la creatività visionaria in poesia. Poesia ermetica, dunque, molto spesso criptica, con un simbolismo che talora sfugge, nonché, come ripeto, visionaria e orfica, che spesso traslittera i paesaggi – dei contesti urbani, delle marine, della campagna, nonché dell’interiorità – in parole che riescono a squadernare i sintagmi. Ma quel che conta è il superamento di ogni aporeticità logica con il lasciapassare attraverso la porta del mistero e della meraviglia. Ma nel guardare alla poesia e tout court a tutta la letteratura dacché c’è stata letteratura, dal tempo dei tempi, il faro principale per Mello sta tutto nella cultura classica, soprattutto greca ma anche latina.
In Hypsas ricorrono Paradiso e Inferno, e gli Inferi che rimandano soprattutto a Virgilio la fanno da padroni. Gli inferi che fanno emergere in con-testo come “il segreto non ha molto/ così spesso senza destinazione”. Ma, purtuttavia, laddove “dalla vista del papavero… udirlo, il viaggio felice” è facile e là, proprio là “si è a un passo dal fondo dei volti” nel “senso del fluire”, “quale dio in cui smarrirsi”. Sono “schiere di immagini, visitatori devoti ai frammenti:/ parole sempre diverse dalle parole”. L’impatto coi propri morti, i propri cari, morti, è un viaggio nella “memoria in festa” ma anche nell’ora (“nunc”) “un viaggio con i miei morti sul treno verso la costa”.
Il rimando è frequente a Virgilio, come dicevo, (già a partire dall’esergo al libro: “Subiit cari genitoris imago”) ma anche a Omero e a Euripide e ai poeti lirici oltre che tragici e ai filosofi della Grecia classica. Il passaggio nel cimitero evoca lo spaesamento felice del viaggio nell’Erebo che apre a visioni, forme, anche distorte, anime, ombre, voci, paesaggi, flora, fauna, e cielo e mare e terra e il fiume, soprattutto il fiume, Hypsas, con una frastagliata ricorrenza di simboli a questo legati. Un addensarsi di frammenti che danno voce al clamore sommesso della poesia e del poeta. Per portare un esempio: basta un colore a evocare lo slancio lirico: il blu, il blu dell’ortensia. “La possibilità di quel dove:/ blu come l’ortensia/ La luce del sole sorprende il blu/ che si muove”. Un blu che però “non dimostra presenza, appare/ e si disperde/ non è un colore:/ blu/ amavi il blu/ non è mai stato di nessuno”. E lo spaesamento tra apparenza e dissolvenza continua a farla da padrone come il fluire eterno del fiume. Ma non è tutto. C’è dell’altro. C’è “il pericolo che salva”, per citare Hölderlin: nello spaesamento, infatti, nel pericolo di annegare nel nulla del nichilismo si dà la possibilità di accedere al “senso”: “Si va nel più abitato senso/ Giorno che non grida/ Suono che non trema/ Passato-ritorno incontra lo sguardo/ se viva è la pietra che prega/ Riconoscere ogni cosa che viene”. Il senso di una preghiera, “se è viva la pietra che prega”, per rinsavire e riprendersi dallo spaesamento che stordisce per poter superare lo spaesamento dell’ora aperti con fiducia al futuro in deroga al passato nel riconoscere e avere riconoscenza per ogni evenienza. Il fiume che scorre negli ipogei a un tratto risale e esce alla luce. “”Hypsas, viandante/ si dispera in rivoli e si compie/ indisturbato come rarefatta/ meraviglia/ Hypsas è una sommità di fessure,/ simulacro che la terra/ macina, selva/ di cadaveri/ inquieti nel meriggio di nettare./ Il dio fiume sa che/ si apriranno i sacri recinti/ e da nessun tempo gronderà sangue”.
Per concludere, Hypsas è un libro di poesia destinato a restare e Valerio Mello lo possiamo definire, a scanso di questa contemporaneità sempre più spesso scialba, un classico, per il suo sguardo attento alla bellezza e all’eleganza del dire.
Valerio Mello, Hypsas, Edizioni Enesemble 2024

La riscoperta dei classici ha dato vita a uno dei momenti più straordinari dell’arte e della letteratura: il Classicismo umanistico-rinascimentale. Un legame vivo con le proprie radici culturali, a mio parere, equivale al legame del poeta con la propria infanzia, descritto splendidamente da Rilke in “Lettere a un giovane poeta”.
Grazie. E ringrazio Maurizio Soldini per aver inaugurato questa rubrica che si annuncia interessante e originale. Abbiamo bisogno di voci indipendenti e fuori dal coro.