
di Pasquale Vitagliano
Mio Dio perché ci hai abbandonato? Questa implorazione finale può esprimere lo stato di crisi etica, ma anche materiale, che stiamo vivendo in Occidente. Siamo prostrati. Anche un ateo può sentirsi così. Senza un Dio, lasciati soli, privati di ogni riferimento culturale intellegibile e stabile. Di questa crisi Vittorio Coletti ci propone delle stilizzazioni. Figure della Crisi – Vol. 1 (Il canneto editore, 2024). Questi saggi in forma di racconto sono il precipitato teorico e narrativo della collaborazione pluriennale con la Repubblica e Il Secolo XIX: uno sguardo sulla società italiana con le lenti di studioso della lingua e accademico della Crusca. Il prete e il politico sono al centro e sono le prime di una preannunciata serie di figure dentro un teatro delle idee in costruzione.
Le migrazioni e l’attesa di Dio fissano il palco sul quale si muove il prete, mentre l’afasia della politica e l’impotenza del governo mettono in gioco il politico. Come scrive l’autore nell’Avviso ai lettori-naviganti, “per nessuno dei molti, drammatici problemi che essi pongono ho diagnosi certe e rimedi sicuri, li ho rivisitati dalla prospettiva speciale, tesa e offesa, di figure immaginarie che li affrontano in una situazione personale di crisi e fragilità”.
Le figure della crisi di Coletti mi hanno fatto pensare alle formule di pathos elaborate da Aby Warburg nel 1905. Dunque, anche se il prete e il politico non hanno un nome reale, proprio per questo il lettore cercherà di dargli un volto. Per esempio, il prete ha lo stesso tormento del curato di Bernanos o il silenzio del pastore di Luci d’inverno di Bergman. “Anche a me dà conforto la chiesa vuota e silente e forse solo in quei momenti sento ancora minimi segnali dall’Eterno. (…) La generosità che si può chiedere al singolo non è la stessa, per quantità e qualità, che si può esigere da una collettività e da chi ne ha la responsabilità. (…). Senza volto, senza nome, senza riconoscimento non c’è prossimo. Solo altri indifferenziati, estranei, oscuri, minacciosi e cattivi.”
Allo stesso modo, seguendo il politico mi è venuto in mente il personaggio del film di Roberto Andò, Viva la libertà. Chi dobbiamo seguire il politico scaltro e spregiudicato o il suo doppio ingenuo e un po’ pazzo? Questa oscillazione ci ha portato in braccio al populismo di ogni colore, rafforzando delusione e frustrazione. Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che i cittadini non hanno sempre ragione, che bisogna riscoprire la responsabilità pedagogica della politica e la funzione levatrice della cultura. Ma si sa. La sconfitta è dietro l’angolo. “Così, dopo tanti anni, i due terminarono mestamente, sotto fuoco amico, la lunga carriera politica cui si erano dati con uguale passione, ideali diversi e stili opposti. Si ritrovarono anni dopo, con reciproca sorpresa, nella commissione toponomastica cittadina, dove erano stati cooptati dal nuovo sindaco, forse a titolo di innocuo riconoscimento del loro passato di pubblici amministratori o forse per farli stare definitivamente buoni e zitti, e dove discussero animatamente sui nomi da dare alle strade.” Le figure della crisi che Vittorio Coletti ci propone, e ci proporrà, potrebbero essere i personaggi imbarcati sulla zattera della Medusa. Di questo naufragio civile, sarà difficile restare solo degli spettatori.
