
Postille al libro di Maurizio Cucchi, La scatola onirica, Mondadori, collana Lo Specchio, 2024
Per chi conosce l’opera in versi, nonché i romanzi e altri scritti, compresi gli interventi di militanza critica pressoché quotidiani, di Maurizio Cucchi, non c’è alcuna meraviglia nel ritrovare nel suo nuovo libro di poesia appena uscito, La scatola onirica, Mondadori, Collana Lo Specchio, 2024, il filo rosso dei leitmotiv che hanno caratterizzato il suo percorso di poeta e di scrittore con la stretta vicinanza a una poetica imbevuta di fenomenologia, con il suo ritorno stringente alle cose e di conseguenza con il caratteristico minimalismo descrittivo, l’oggettivismo e l’epochè, tutte cose così presenti nel nostro autore, che tendono a sbriciolare e a eludere per quanto possibile la soggettività. Come, del resto, da scuola di appartenenza.
Va subito detto che una nota dominante di Cucchi, in qualche modo, è il forte senso di appartenenza alla sua Milano e dunque, per quanto attiene alla tradizione poetica, alla linea lombarda, della quale non è qui il caso di fare la storia, anche se vale la pena nominarne tra i maestri soprattutto Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, che hanno una frequente occorrenza anche in questo libro, con rimandi indiretti e diretti e dediche (come nella terza sezione, Dediche e devozioni) e citazioni; la linea lombarda della quale hanno fatto parte anche i poeti Luciano Erba, Nelo Risi e altri ancora tra i quali Giovanni Giudici, anche se questi è stato tirato dentro un po’ di peso, se è vero come è vero, che, alla fine, fu milanese solo d’adozione, per avere abitato a lungo a Milano nel pieno della sua maturità, in quanto a scavare nei suoi poemi si può ben notare come egli non avesse affatto perduto di vista i vissuti liguri e soprattutto quelli romani dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza (per non parlare del background popolare di Giudici, molto più vicino alla scuola romana di poesia, proprio per la sua formazione popolare nonché politica radicate nel quartiere popolare di Montesacro a Roma, e quindi più distante dalla linea lombarda che per lo più era come è maggiormente legata all’individualismo borghese). Chiedo scusa, per questo inciso, che riguarda Giovanni Giudici, ma ci tenevo a farlo, anche se ben poco ha a che vedere con lo scopo principale di questo scritto, ma in fondo sono semplici postille, alla poesia, le mie, e nel caso non disdegno a divagare.
Partendo proprio da questa fattispecie, ovvero dal presupposto che la linea lombarda è per lo più legata a ambienti e motivazioni borghesi, va subito detto che una delle caratteristiche della poesia e della poetica di Cucchi, da sempre, prende le mosse dalla flânerie. Il poeta è, dunque, il flâneur, il borghese che passeggia, osserva e rimugina. E per quanto non metta in primo piano l’io, anzi, destabilizzandolo, tende purtuttavia a introiettare le proprie esperienze. E soprattutto segna il passo scrivendo e descrivendo. Nel libro in oggetto la flânerie si pone in un contesto tra la realtà e il sogno.
Dobbiamo ricordare come la concettualizzazione della flânerie da nessuno è stata meglio delineata se non da quel grande intellettuale e critico letterario, nonché filosofo e scrittore sui generis, che è stato Walter Benjamin, il quale ci ha lasciato una mole incredibile di scritti di quel periodo a cavallo tra XIX e XX Secolo, nel tentativo di delineare quel mondo moderno tipicamente borghese nel quale la flânerie ebbe un ruolo del tutto particolare e dove anche la poesia di Charles Baudelaire diede a Benjamin la stura per poter contestualizzarla nel Passagenwerk che prende a esempio quella Parigi che veniva definita la città tipica del capitalismo europeo.
A tale proposito, e per quanto detto in precedenza, mi viene da mettere in risalto, mutatis mutandis, che nessuno si è mai sentito a casa propria a Milano quanto Cucchi, allo stesso modo dell’affermazione “nessuno si è mai sentito poco a casa propria a Parigi quanto Baudelaire”, come detto da Walter Benjamin.
Insomma, come si può vedere i miei riferimenti allo scrittore tedesco in queste postille sono fondamentali nella misura in cui ho avuto la possibilità di trovare tra Cucchi, nella fattispecie nel libro in oggetto, e Benjamin, nella rilettura avvenuta in parallelo di molti suoi scritti, numerosi punti di contatto. E nella Scatola onirica, soppesata attentamente e letta anche tra le righe, si può ben vedere come il nostro poeta, Cucchi, abbia più di un debito con Benjamin. Questo debito è in relazione, oltre alla dimensione della flânerie al ruolo che ha il sogno che si rispecchia con la realtà, ma anche in relazione ad altro.
Eccoci, dunque, pronti a entrare nel merito della scatola onirica. Come fa presupporre di già il titolo, il libro mette a tema il ruolo esistenziale del sogno, che fa da nodo cruciale di tutta la raccolta e la dialettica tra sogno e veglia.
La scatola onirica è composta da sette sezioni: Quartiere di lignaggio, Macchina onirica, Dediche e devozioni, La sventura d’inverno, Sfiorando l’afasia, L’immagine, la parola, Mente cielo materia.
Il dato saliente del libro è in linea con tutto il percorso poetico di Cucchi. Ecco dunque il flâneur alla continua ricerca della propria identità a partire dalle cose e dalle persone nelle quali si imbatte. E se in precedenza il vagabondare, se così si può dire, era circoscritto alla sua Milano, adesso questo si apre a una topografia allargata, a un topos lontano, ma nello stesso tempo vicino, e il flâneur sognatore s’inoltra in una geografia distante, per quanto vicina, vicina perché il luogo, Casa Cucchi, una piccolissima frazione di sparute case e di pochissimi abitanti in provincia di Pavia, è il genius loci che col suo stesso nome lo porta a fare una ricerca identitaria. Questo è il nocciolo della prima sezione, Quartiere di lignaggio, nel quale, tra realtà e sogno, si snoda la ricerca del “primo mugugno” sulla scorta dell’homo ergaster, che chiama in causa il primo ominide, che fu in grado di articolare il linguaggio, ma senza poterlo fare nel modo al quale siamo abituati ora, perché la sua struttura anatomica ancora non ben sviluppata interferiva negativamente con l’inspirium e con l’espirium e dunque gli consentiva di emettere soltanto semplici e rozzi suoni vocali. Qui potrebbe esserci l’allusione, probabilmente non voluta dall’autore, ma semplicemente intuita dal lettore, allusione al fatto che in qualche modo ci si potrebbe identificare con chi non avrebbe potuto poetare, ovvero fare del linguaggio un impossibile canto, attraverso il metro, consentito dal ritmo del respiro. Come a connotare la volontà di volersi identificare con uno stile umile e sobrio che respinga la metrica e nella fattispecie rifugga dall’endecasillabo, che come sappiamo è legato alla “misura trovata sulla normale frequenza ritmica del nostro parlare”, a voler reclamare uno stile che sia lontano dalla metrica e approvi invece il verso sciolto, libero e senza misura. Come a dire un voler ri-appropriarsi di un passato dotato di quella dimensione pressoché pre-istorica colta nei suoi minima moralia. “E allora vado io in mentale/ escursione nei tempi in cerca di tracce/ in luoghi sparsi e minimi partendo/ in un circuito di radici nella domestica/ geografia del minimo…”.
L’aggettivo minimo (e in particolare leggiamo “mi piacciono le cose minime”) ha una frequente occorrenza qui come in genere in tutta questa raccolta, come a voler sottolineare e supportare da parte del poeta la frugalità minimalista della propria poetica.
Nella seconda sezione, Macchina onirica, il poeta ci dice che “Intanto la formidabile macchina assurda/ mette in scena, appunto, figure e persone, intrecci/ illeggibili all’occhio silente dell’ospite,/ che ogni dettaglio accoglie e dimentica,/ ma non qualche misero sprazzo di cui,/ in pochi minuti di minimo risveglio, vorrebbe/ riconoscere origini e senso, prima di accucciarsi,/ di abbandonarsi ancora fedele e passivo/ al suo destino di spettatore di sé stesso”.
Il poeta (il flâneur) si muove per “vie cittadine” non riconosciute quando incontra uno sconosciuto che gli si avvicina e gli parla e lui rimane spaesato finché qualcuno (il suo stesso alter ego?) gli viene in aiuto: “…ecco che tu mi soccorri ridente e insieme andiamo per via cittadine che non riconosco.// Siamo noi, il mondo, il passato/ e il presente che si incrociano/ nel mistero di una vicenda/ per frammenti sconnessi”. Frammenti sconnessi tra passato e presente che il sogno offre al cammino rimuginante del ris-veglio.
Nel gioco all’interno dell’assurda “macchina onirica” il poeta, flâneur rimuginatore, resta in attesa. E l’attesa spesso corrisponde al risveglio, nel quale il poeta attende il momento propizio per ricomporre l’ignoto, per trovare nella mente la connessione e quel punto di congiunzione del prima e del poi, del sonno/sogno e della veglia, dell’immaginazione e della realtà: “Ma a questo punto è inevitabile/ per il soggetto indagatore tornare a muoversi/ in modo puntiglioso sulle tracce/ minime, sparse o immaginarie/ di radici e origini a lui ignote” e ancora “Mi depongo già quieto, nel buio della mente, in neutra attesa e quasi fiduciosa, ben sapendomi / indifferente alle ragioni profonde/ dei dettagli messi in scena/ dall’inarrivabile congegno insensato” e ancora “ intanto la formidabile macchina assurda/ mette in scena, appunto, figure e persone, intrecci/ illeggibili all’occhio silente dell’ospite,/ che ogni dettaglio accoglie e dimentica,/ ma non qualche misero sprazzo di cui,/ in pochi minuti di minimo risveglio, vorrebbe/ riconoscere origini e senso, prima di accucciarsi,/ di abbandonarsi ancora fedele e passivo/ al suo destino di spettatore di sé stesso”.
Illusione, disfacimento, squilibrio, incertezza, sconnessione sono condensati “fino alla nebulosa del mio cuore” e denotano e connotano “il senso di durata, iniquo, del nostro/ così precario esserci…” che stanno a significare il tratto tutto esistenzialista del poeta che dice “e dunque mi abbandono infine/ a questo impasto informe/ di passaggi insensati/ che sempre più somiglia/ alla trama sconnessa,/ al cumulo dei ricordi/ che a volte vorrei, magari,/ tranquillo ricomporre”.
Insomma, Macchina onirica è, a mio avviso, il punto più alto, rappresenta il vertice di questa nuova creatura di Maurizio Cucchi.
In Dediche e devozioni, la terza sezione, molto toccante, per l’afflato sentimentale che in qualche modo tradisce il minimalismo di fondo della sua poetica, il poeta dedica i suoi versi a Vincenzo Balena, a Toti Scialoja e, soprattutto, a Giovanni Raboni nella sottosezione Orecchio assoluto: “Il maestro era il mio caro amico/ e io gli avevo dato, nella mia mente,/ decoro di nuovo padre, tanto che lui,/ ancora dopo, ancora adesso,/ veniva e viene a visitarmi in sogno” e ancora, da incontenibile flâneur, dice nella seconda poesia dedicata al maestro “Cammino, ancora un po’ trasognato,/ nei tuoi luoghi in città, e dunque, volta a volta/ Fiori Chiari, San Gregorio, Fatebene-/ fratelli, nell’attesa e nell’ansia/ di vederti, chissà, magari spuntare da un portone per un mio nuovo abbraccio./ O alla Vetra, naturalmente, o proprio lì,/ dove gettavano i loro cartocci gli untori”. Altre tre poesie sono dedicate, a seguire, a Giovanni Raboni, laddove Cucchi dice “Torno, torniamo, un’altra volta/ alla tua pagina, all’eleganza impeccabile e concreta, inclusiva/ della tua parola, al tuo franto narrare,/ al garbo naturale della tua musica sobria,/ fiorita dal corpo amato della tradizione/ su cui innestavi, quasi senza parere,/ il corpo vivente e necessario della novità”. Al maestro – e alla sua poetica -l’allievo si rivolge con tutta la devozione e con una rammemorazione sentita e piena di affetto nel sottolineare il suo debito per gli insegnamenti ricevuti nel solco di una tradizione, quella della linea lombarda, appunto. A Raboni Cucchi riconosce, ancora, “l’orecchio assoluto” che gli consentiva di percepire il valore di voci poetiche anche distanti dalla sua tradizione nell’orizzonte della poesia “arte in movimento, un’arte/ della parola che non si acquieta e parla,/ di una ricerca sempre inappagata e inquieta” e infine ne sottolinea l’importanza civile del suo impegno “capace di arrivare all’ideale/ comunità dei vivi e dei morti”.
Nella quarta sezione, col poemetto La sventura d’inverno, troviamo un Cucchi inconsueto rispetto alla sua abituale poetica. Sembra di avvertire, infatti, un deragliamento dal semplice orizzonte narrativo-prosastico, questo pur presente, per il fatto che si intravede a livello stilistico una inconsueta cantabilità, che di tanto in tanto affiora e contrasta con quello che solitamente è l’usuale tono basso del poeta. Un avvicinamento alla metrica e alla rima, dunque, che fanno da struttura lirica all’abituale prosasticità.
Sfiorando l’afasia, quinta sezione, ci offre un modello di sperimentazione o meglio di ricerca linguistico-poetica “metrico-prosodica” con la quale il poeta cerca di sbrigliare le ossessioni etimologico-semantiche di un tal Sabatino, conosciuto da giovane, in cui il nostro flâneur si imbatte, ritrovandolo “… dopo tanto, tanto tempo…” in una condizione di rischio afasico.
Nella sesta sezione, L’immagine, la parola, si snoda un serrato dialogo filosofico-sociale del poeta con le opere figurative di ventidue artisti. E come recita la bandella del risvolto “qui le sconnessioni in inabissano nel mistero contraddittorio della lingua, per giungere infine a un rapporto frontale tra immagine e parola, tra etica ed estetica, parafrasando l’anima di ogni opera rappresentata, che non è che il riflesso- spoglio di autoinganni – delle nostre vite”.
Nell’ultima sezione, Mente cielo materia, si affaccia il tentativo da parte del poeta di trovare la quadra per quanto riguarda il mistero dell’esserci mediocre e precario. Forse la mente, proprio per essere il crogiuolo di un potere altrettanto misterioso, dove il passato e il presente cercano di ricongiungersi, mandando in deroga frammentarietà e sconnessioni delle esperienze e dei vissuti, la mente, dicevo, potrebbe garantire la soluzione del misterioso enigma dell’esserci. Ma così non potrebbe darsi e non ci sarebbe soluzione all’enigma in quanto è molto probabile, ci fa arguire il poeta, che la mente non esista. Assumendo così una posizione scettica.
La scatola onirica che altro può essere, dunque, se non quel meraviglioso marchingegno a uso della poesia? Marchingegno che attraverso i sogni sembrerebbe porre rimedio alla de-soggettivazione propugnata già dal primo Cucchi, che in questa nuova opera sembrerebbe in prima battuta ritrovar-si e soprattutto ritrovare quell’io dissolto e nascosto e dis-perso attraverso il sogno, che gli consentirebbe di attualizzare esperienze e vissuti del tempo passato. Alla ricerca del tempo perduto ci potrebbe essere sempre un modo per uscire dallo spaesamento dell’indifferenza e di un certo scetticismo del flâneur, che si ritrova nel sogno a poter riscoprire sé stesso e a dare senso a quanto potrebbe apparire di primo acchito insensato. Sarebbe bello tutto questo, se non fosse appunto che il tutto non è che una fola, una mera illusione. A dimostrare, infine, che siamo in presenza di un esistenzialismo caratterizzato da un profondo pessimismo. La mente non esisterebbe e anche il cielo non sarebbe altro che un’illusione aerea, evanescente come lo sono le nubi cangianti che abitano il cielo. Non resterebbe, dunque, che la materia.
E questo messaggio sconcerta e spaesa.
Spaesa in primis il poeta che così conclude il libro:
Eccomi infine ridotto così
nel piccolo recinto del mio
quotidiano, forse sfuggendo
il terrore dello sfinimento.
Cucchi viene visto come il caposcuola odierno del minimalismo che oggi imperversa in campo poetico. E questo ci può anche stare. Ma se di minimalismo trattasi, lo è per lo più dal punto di vista stilistico per il fatto che il suo dettato è prosciugato e la parola mira all’efficacia di una leggibilità legata soprattutto a una scrittura che viaggia sul pedale basso, anche in virtù della scelta di non voler cantare, come dicevo più sopra, ovvero di volersi tenere lontano dalla lirica, di situarsi oltre la lirica, sfiorando appena la retorica (quella buona, s’intende, in compagnia delle sue figure) e non usando, per quanto possibile, la metrica. Per quanto, in questo libro egli provi a tentare e il canto e la metrica in alcune poesie.
Come detto nei due interventi precedenti di questa Rubrica, il mainstream della poesia è oggi il minimalismo anti-retorico e anti-lirico. E in questo contesto Cucchi sembrerebbe essere di casa. Anzi, direi che è uno dei capifamiglia. Ma a leggere bene, egli è sì di casa, ma solo in relazione allo stile, perché se passiamo a prendere in considerazione i contenuti della sua poesia le cose cambiano. Cucchi investe quasi tutto sul significato e ben poco sul significante. Ma non mi si fraintenda. È normale che per giungere a significatività il significante non può che essere efficace. Ma, a mio giudizio, l’eccessiva semplificazione e il vezzo antilirico, impostosi e impostato, nell’uso della parola, fa sì che il poeta, come ripeto, non usi la lira e non canti. Per sua scelta. Molto probabilmente perché come se ne deduce anche da quanto detto nei versi di questa raccolta il frangente storico di questo mondo non glielo consente.
Insomma, è assodato che nella poesia di Maurizio Cucchi, per lo più, il semantema prevalga di gran lunga sul fonema ed è questo che, se da una parte lo caratterizza, dall’altra parte, forse, gli toglie quel consenso da parte di molti critici, che non trovano la giusta armonia tra i due aspetti che dovrebbero denotare e connotare la poesia di per sé.
La poesia di Cucchi, da me sempre apprezzata – anche nel rispetto delle poetiche che ciascun poeta indirizza dove e come meglio crede – al di là del fatto che è, ut in pluribus, minimalista e anti-lirica, l’ho apprezzata anche in questo nuovo libro, per i suoi contenuti che, non me ne voglia nessuno, ritengo essere esistenzialisti fino all’osso. E l’esistenzialismo, proprio in quanto dimensione filosofica, è quel basamento solido che solo il pensiero può donare all’arte. Insomma, una poesia senza un background di pensiero, mi sia concesso di dire filosofico, si sgretola su sé stessa. Anche se dico per inciso che l’esistenzialismo che trapela in questo libro, nichilista nella misura in cui annichila la persona per i motivi suddetti, non può trovarmi d’accordo dal momento che il mio orizzonte è quello sì esistenzialista, ma proprio dell’esistenzialismo personalista.
L’esistenzialismo, comunque, e comunque sia, come la fenomenologia, ma anche come altri spunti di pensiero – come nel caso di questo libro, che potrebbero essere stati desunti dalla filosofia di Benjamin- sono tra i capisaldi culturali della linea lombarda, che persistono vivacemente in Cucchi, l’attuale caposcuola, ma che, ahimè, in molti casi latitano nei più giovani, ma non solo giovani, adepti di questa linea, poeti che, nel caso in cui non cambino rotta, potrebbero rischiare di cadere in uno sterile e banale epigonismo, come è dato vedere da talune recenti pubblicazioni.
Ora, proprio quanto detto dovrebbe mettere in guardia i più giovani, ma non solo, che si apprestano a battere o che già battono le strade del poetare. Dei maestri è necessario assorbire non solo lo stile ma anche la direttrice di pensiero che ne stabilisce i contenuti o meglio quel metodo che aggroviglia e sbriglia forma e contenuto. E siccome Maurizio Cucchi, nel bene e nel male, è un riconosciuto maestro della poesia contemporanea al quale si sono rivolti e si rivolgono molti, moltissimi, e non solo giovani, ma anche non più giovani, come il sottoscritto, è necessario mettere a frutto anche il suo insegnamento, che possiamo trarre dalla lettura dei suoi libri e dalla sua poesia, e come da questo nuovo libro, nel quale e dal quale, per quanto lo stile sia asciutto e minimalista al punto che sembrerebbe mandare in deroga la lirica, emergono tutti i tratti di Erfahrungen e di Erlebnissse che, in ottemperanza alla soggettività del poeta (checché se ne dica, ineludibile) e della sua persona (in conformità a una altrettanta concezione performativa dell’arte) potrebbero offrire al lettore un genuino prodotto poetico, e chiedo venia per il pleonasmo usato, che sta a rafforzare il concetto più alto di poiesis, poiesis che in questo libro potrebbe ben essere debitrice alla beniamjniana Denkbilder (immagine di pensiero) nella misura in cui le immagini di pensiero, come già detto, si incrociano tra realtà e oniricità.
A margine di questo, sarebbe un grosso errore dire che Maurizio Cucchi è un filosofo, perché non lo è, e neppure lo reclama, per quanto la sua poesia sia in qualche modo pensante. Nonostante egli abbia messo in dubbio, come abbiamo detto, perfino la mente. Senza dubbio egli, in quanto poeta, scavando scavando, rappresenta il vero e proprio poeta assoluto, il flâneur rimuginatore, che poco e niente ha a che fare, per esempio, con Vittorio Sereni, il caposcuola storico della linea lombarda, dacché questi sì che aveva avuto a che fare con la filosofia e in particolare con la fenomenologia di Antonio Banfi, in quanto suo diretto allievo.
Cucchi, alla stregua di Baudelaire (e non è dire poco) e di quanto ha detto di questo poeta Benjamin, è un poeta “veramente incomparabile solo come rimuginatore. Del rimuginatore ha la stereotipia dei motivi, la fermezza nel tenere lontano ogni elemento di disturbo, la disponibilità a porre costantemente l’immagine al servizio del pensiero. Il soggetto immaginatore è di casa tra le allegorie”. E anche Cucchi è il flâneur dotato di un malinconico sguardo gettato sulle cose e sulle persone che stanno nel suo mondo e che vengono introiettate per dare luogo a una poesia di “immagini di pensiero” colte nella dimensione reale come in quella onirica.
Ma perché insistere tanto con la filosofia? Che c’entra questa con la poesia? Ebbene. Cito a memoria Eugenio Montale, che, se non sbaglio, diceva che il semenzaio della poesia è la filosofia, così come lo è la prosa e come lo è la poesia stessa. Come si fa a non essere d’accordo? Lo dico soprattutto a beneficio dei più giovani, perché non prendano troppo sottogamba la filosofia, in tutte le sue possibili declinazioni. E ne leggano ne leggano ne leggano. E leggano di tutto e di più.
Non dimentichi del fatto che, comunque, fare esperienze di vita è sempre la primazia: Primum vivere, deinde philosophari. E da qui si deve pur sempre partire.
E dunque, evviva, sempre, la flânerie. Che ci consente di partire dall’esperienza. La strada insegna a sporcarsi mani e piedi, corpo e anima. La strada sporca la persona.
Ma viva anche la poesia pensante. E viva la lirica. Perché se nei versi c’è anche un pizzico di cantabilità, diciamo evviva ancor di più. Necesse est armonizzare semantema e fonema.
E mai dire: <<abbasso la lirica>>, mai enfatizzare e lodare chi cerca in modo totale di scavalcare, di andare oltre la lirica, perché sarebbe la fine della poesia. Ma la poesia, ne sono pienamente convinto, non potrà mai cessare di essere e di esserci, fintanto che su questa terra ci sarà almeno un uomo, il poeta, che non sia afasico e che sia, dunque, dotato della capacità di usare la parola, per quanto inquieta e inappagata, e dico questo con la certezza di essere in buona compagnia, anche dello stesso Maurizio Cucchi, il quale, come abbiamo già detto più sopra, scrive che la poesia è “arte in movimento, un’arte/ della parola che non si acquieta e parla,/ di una ricerca sempre inappagata e inquieta”.
La poesia, con le sue potenzialità insite nel lavorìo e nella ricerca nella/sulla parola, in un contesto e nelle dinamiche dell’assunto concetto benjaminiano del Jetztzeit, crea una serie di costellazioni dialettiche tra ieri e oggi, tra passato e presente, tra finito e infinito, tra storia e eternità, tra sogno e veglia, tra realtà e immaginazione e anche tra creazione e redenzione, tra gioia e dolore, al punto tale che, per quanto possa essere concepita e agita in e con una postura materialista, anche al punto da diventare nichilista, come appare nelle ultime battute della Scatola onirica, è pur sempre quanto di più alto e umano possa esserci nel tentativo di donare un senso all’esistenza.

Gentile Maurizio Cucchi quante volte ha riscritto il disperso? Spalla di Milo de Angelis a carifi lo avete abbandonato lui che in anni ottanta jaka book come si scrive vi salutava come comete medesime atto in di amore salvando Piersanti..
Poi la esclusione sua di una sua famosa antologia ecc… Una volta x Emil mi disse tu cioè cucchi ma pensi che scrivi versi solo tu? Si!