Visar Zhiti, Rrugë që rrjedhin nga duart e mia / Strade che scorrono dalle mie mani, traduzione di Elio Miracco, pp. 344, € 25,00.
Tralasciando ogni giudizio sulla dittatura albanese, già abbondantemente espressa dalla Storia, per comprendere la poesia di Visar Zhiti, poeta di ampio riconoscimento internazionale, è utile concentrarsi sui tre punti dell’accusa, che in sostanza convergono su uno solo: la libertà dell’artista. Un’arte che non è libera non è arte.
Uno Zhiti ventenne termina la sua prima raccolta di poesie intitolata Rapsodia della vita delle rose, la consegna alla casa editrice statale Naim Frashëri, ai fini di un’eventuale pubblicazione e viene arrestato perché
ha continuato consapevolmente a seguire le orme di una poesia estranea per la nostra società e piena di idee politiche sbagliate, con concetti decadenti o “di sinistra” e apertamente influenzata dalla poesia modernista reazionaria. […] La fantasia malata, l’ambiguità e l’ermetismo, le pericolosi ambiguità con allusioni politiche, la concezione modernista sono alcune delle caratteristiche principali della sua poesia.
Gli errori nella sua poesia possono essere suddivisi in tre gruppi: Primo: in molte poesie vi sono punti di vista politici errati sulla nostra realtà […] In secondo luogo: in molte poesie questo pseudo-letterato esprime apertamente la visione del mondo ideologica estranea alla nostra società, in particolare per quanto riguarda la funzione dell’arte […] Terzo: dal punto di vista del concepimento e dei mezzi espressivi, questo pseudo-letterato ha posizioni moderniste e formaliste. […]
Nella sentenza si leggerà tra l’altro:
Attraverso un linguaggio oscuro e pieno di allusioni, ha tentato di seminare le sue idee controrivoluzionarie. In altri casi, è completamente oscuro e utilizza figure che non possono essere analizzate. Queste poesie ermetiche e indecifrabili.
“Gli errori della sua poesia”: ma la poesia, ed è poesia solo quando è libera espressione della creatività e dell’intelligenza umana, è aliena dal concetto di errore, che pertiene alla verificabilità della scienza (lasciando da parte ogni giudizio morale o etico, naturalmente, a meno di non credere in una verità e in una morale assoluta, magari sancita da un qualche libro sacro o la legge di uno stato etico). Accusando di eresia un artista e un intellettuale di errare, quando questi è poeta, in realtà ci si auto-accusa di intolleranza, si invade un campo che nulla ha a che fare con l’arte e la cultura. Di più: una cultura nazionale è innervata di eresie e fertili deviazioni che impediscono la stagnazione!
Detto questo, il libro pubblicato da puntoacapo (Premio Camaiore Internazionale 2024) è al contempo una libera forma d’arte e la prova di come l’arte sia sì “del tutto inutile”, come dice Oscar Wilde, ma anche fertile e pericolosa per chi non vi crede: quindi, paradossalmente, indispensabile.
Zhiti raccoglie nel volume poesie create e mandate a memoria nei dieci anni di prigionia, dimostrando quindi quella che Deleuze chiama la ferita originaria, che diviene opera di resistenza e opera di costruzione che nasce dal dolore:
Io esisto,
ma non c’è la mia vita (p. 137)
Vivere
non possiamo.
Stupiamo il mondo
con la sopravvivenza (p. 205)
La dimensione di questo dolore è quasi cristica, come evidenzia un certo linguaggio che vira al religioso:
Ecco, la croce del peccatore
innalzata dai peccatori della storia (p. 313)
O Signore! Pietà! (p. 315)
Tante volte ritorna poi la parola “Patria”, per esprimere il dolore concreto non solo verso un’idea astratta (che però ingloba una cultura, un modo di vita in cui riconoscersi come comunità) ma una concretissima empatia, una pietas verso gli uomini e le donne della propria nazione che soffrono sotto la dittatura. Così, le immagini di animali in sofferenza (dsiverse poesie in sequenza: Gregge, p. 169, Cani ammazzati in strada, p. 171, Il riccio…, p. 173 e altre ancora) sono perfetti correlativi oggettivi della situazione in cui Zhiti si riconosce spesso, quella del carcerato afferrato da una macchina mostruosa che lo trasforma in oggetto:
Anch’io donchisciottescamente
mi sono preso gioco dello stato
come con i mulini a vento.
Le sue pale mi hanno agguantato
e nemmeno io so dove mi sprofonderanno.
(Rilettura di Don Chisciotte, p. 59)
Questo uomo del tutto spersonalizzato (viene in mente proprio Se questo è un uomo, di Primo Levi) può solo contemplare una fonte che appare come simbolo di vita (p. 105) o la bellezza, sotto forma dei tratti indistinti di una giovane che passa fuori dal carcere (Riconoscenza, p. 109): tutto gli è stato tolto, materialmente e spiritualmente. Ciò che resta (e “ciò che resta lo dicono i poeti”, appunto) è la voglia di resistere in un mondo all’incontrario, in cui tutto è stato stuprato: se “lo stato [non] proibisce questo alito di biancore” dice Zhiti parlando della neve, “qui […] è caduta all’incontrario / neve nera, è uscita dalla terra / come crepuscolo mutilato / funebre” (Una neve prodigiosa all’incontrario, p. 57, corsivo mio).
Sono proprio questi accenti, oltre all’impegno civile dei versi, ciò che permette a una poesia come questa, nata da una specifica sofferenza personale, di assurgere a documento storico, ma anche all’universalità della vera poesia. Il poeta vero, da semplice testimone, diventa non aruspice né oracolo, bensì laico profeta di un futuro più giusto.

