Alla scoperta di un unicum nella Storia della politica e della letteratura occidentali del ‘900, ossia, Avraham Ben Yitzhak, il quale, per la poetessa Lea Goldberg:« Fu il primo poeta ebraico il cui orologio non indicava l’ora soltanto agli ebrei, ma scandiva il tempo della letteratura mondiale».
a cura di Gino Rago
Avraham Ben Yitzhak, Poesie, con un saggio di Lea Goldberg,
Ed. Portatori d’Acqua, Urbino, pp. 224, € 14,00
(Traduzione e cura di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen
Questo libro è la storia del poeta Avraham Ben Yitzhak che, con appena undici poesie pubblicate in vita, cambiò la storia della letteratura occidentale, ed è anche la vicenda umana e letteraria del “Dottor Sonne”, il quale, con la sua erudizione e con i suoi silenzi epici, al Café Museum di Vienna influenzò fino al 1938, anno dell’annessione dell’Austria da parte dei nazisti e di Hitler, scrittori e artisti come Hermann Broch, Elias Canetti, James Joyce, Arthur Schnitzler, Robert Musil, Hugo von Hofmannsthal, il musicista Arnold Schönberg e il pittore Georg Merkel.
Nel suo saggio Incontro con un poeta, nel libro a corredo delle poesie di Yitzhak, Lea Goldberg ci rivela l’autentica biografia di Sonne-Ben Yitzhak. Nel saggio, che risale al 1952, (il poeta era morto in Israele due anni prima), la Goldberg scrive:«Non voleva che si parlasse di lui in pubblico.[…] Davanti al suo nome stampato assumeva un’espressione di sofferenza e disprezzo. [Chi invece non si farebbe ammazzare pur di vedere il proprio nome stampato in calce a un articolo, o sulla copertina di un libro?]. Egli non scrisse né raccolse in un’opera la maggior parte di ciò che aveva da dire: lo disperdeva e donava a chi aveva occasione di trovarsi con lui. E noi abbiamo peccato a non annotare nulla. […] Quando si trovava ad analizzare un libro, una poesia, un saggio, ne disvelava i tratti fondamentali con arguzia erudita, comprensione e con quel rapporto tra gli enti che è possibile solo a un poeta. […]. Nella grande disperazione in cui visse per numerosi anni della sua vita, non credeva che molte orecchie* umane fossero ancora in grado di prestare ascolto a quel fondamento della realtà che era per lui la poesia. Era questa, probabilmente, una tra le ragioni del suo silenzio. [*non si può fare a meno di ripensare al detto ebraico, “I muri hanno orecchie”, che in realtà fa riferimento al Muro Occidentale, il Kotel[…]».
Cosimo Nicolini Coen e Anna Linda Callow, (filologa ebraica dell’Università di Milano, traduttrice dall’ebraico, dallo yiddish e dall’aramaico), che hanno curato quest’unica traduzione italiana delle poesie di Sonne-Yitzhak, in questo volume delle preziose Edizioni Portatori d’Acqua di Urbino si muovono alla scoperta di uno straordinario poeta e protagonista attivo della storia politica e della storia letteraria del Novecento europeo, un poeta di sensibile e affascinante influenza per importanti autori, su tutti Elias Canetti (1905-1994) il quale ne scrisse ne Il Gioco degli occhi*, terzo momento della sua Storia di una vita (1931-1937).
Questa di Sonne-Yitzhak è la vicenda di un poeta (era nato in Galizia, allora periferia dell’ Impero austro-ungarico, nel 1883 e morì di tubercolosi nel 1950 in Israele, in una casa di cura vicino a Tel Aviv) che con appena undici poesie pubblicate in vita ha cambiato la storia della letteratura occidentale del ‘900, un racconto che toccherà come già detto altri grandi autori legati al suo percorso di vita e d’intelletto, da Hermann Broch a Joyce e alla stessa Lea Golberg, aprendo nuovi scenari di cultura, di pensiero e di poesia tra l’Europa e Israele, tra legami profondissimi e orizzonti nuovi, parlando dei silenzi.
Elias Canetti, in uno dei numerosi appunti dedicati all’intellettuale e poeta di religione e cultura ebraiche Avraham Ben Yitzhak, il dottor Sonne, scrive: «Da Sonne, che sapeva parlare nel modo più esauriente e articolato, ho appreso che cos’è il silenzio. Lui solo mi ha dato il desiderio del silenzio, e se per me il silenzio è irraggiungibile e rimarrà irraggiungibile – non potrò tacere neanche nella morte – so tuttavia, grazie a lui, che cos’è: la migliore delle cose».
Impossibile fare sintesi di quanto Elias Canetti e Lea Goldberg sentirono, provarono, ascoltarono, capirono e hanno scritto su questo pensatore rigoroso, profondissimo conoscitore dei testi ebraici e di quelli delle altre religioni, oltre che dei classici delle letterature d’ogni tempo e che fu tenuto nella massima considerazione e portato in palmo di mano perfino dal poeta nazionale israeliano Hayim Nachman Bialik. Un uomo raro che visse una esistenza di «semina», e non di «mietitura», come ad esempio testimoniano questi suoi versi:
“Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano.// Beati i generosi la cui splendida giovinezza/ aumentò la luce dei giorni e la loro prodigalità
e si spogliarono dei propri ornamenti – sui crocevia.//Beati i fieri la cui fierezza oltrepassò i confini della loro anima/ e diventò come l’umiltà del biancore dopo il levarsi dell’arcobaleno in mezzo alle nuvole…”.
In modo definitivo Canetti scrive:«Sonne-Yitzhack** […] sapeva tutto, ma non teneva niente per sé come proprietà personale. Aveva letto tutto, ma non l’ho mai visto con un libro in mano. Era lui stesso la biblioteca che possedeva. Dava l’impressione di aver già letto da tempo tutto ciò di cui si parlava. Ciò che aveva da dire non era un giudizio sulle cose, era la legge delle cose».
Edito da Portatori d’acqua, casa editrice di Urbino, il libro Poesie di Avraham Ben Yitzhak è un vero scrigno, un pozzo d’oro, una cornucopia di storie, memorie e parole poetiche in cui si fondono Bibbia e canto alla natura, Talmud e modernità, poesia in rima e poesia libera, in quel dualismo già vissuto nella grande letteratura ebraica (come ad esempio di Sholem Alechem e Israel Singer), ma che nelle undici poesie di Sonne-Yitzhak rappresenta «un binomio tutt’altro che casuale[…] in un momento denso di cambiamenti culturali e politici per l’ebraismo europeo», come scrivono Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen, nella erudita cura del libro.
*Elias Canetti, Il gioco degli occhi (Das Augenspiel), Adelphi, Milano, 1985 (traduzione di Gilberto Forti).
**Avraham Ben Yitzhak è nom de plume di Avraham Sonne, nato nel 1883 in Galizia, allora periferia orientale dell’Impero austro-ungarico, e morto in Israele nel 1950. Morì di tubercolosi, all’età di sessantasei anni, in una casa di cura vicino a Tel Aviv.
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Avraham Ben Yitzhak (1883 – 1950)
Due poesie
Al declinare del giorno
Quando si spegneranno i rossi falò della nostra vita
ci toglieremo dalla fronte la ghirlanda delle feste
con le foglie scompigliate e le rose cadenti,
poi in silenzio scenderemo ai fiumi.
Al declinare del giorno ci fermeremo sulla loro sponda
inseguendone con gli occhi la corsa,
loro, gli abbandonati e infinitamente orgogliosi della propria solitudine.
E circonfusi dal rossore del crepuscolo
commossi guarderemo, ed ecco arrivare fiori,
fiori bianchi
recati con tutti gli onori sul pelo dell’acqua ,
rapiti dai margini di un giardino felice
per scherzo a mezzogiorno.
Allora sapremo: davanti agli occhi ci è passata la nostra giovinezza.
E quando il ricordo tramonterà dentro di noi
s’allungherà, si scurirà una dolente ombra di salici sul nostro capo.
E tuttavia lassù sorgerà stella dopo stella sulla cima dei monti,
santificando una notte grande ed estranea su di noi,
e un vento serale ci toccherà gemendo come suonasse violini neri.
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Beati coloro che seminano e non mietono
Beati coloro che seminano e non mietono poiché vagheranno più lontano.
Beati i generosi la cui splendida giovinezza
aumentò la luce dei giorni e la loro prodigalità
e si spogliarono dei propri ornamenti – sui crocevia.
Beati i fieri la cui fierezza oltrepassò i confini della loro anima
e diventò come l’umiltà del biancore dopo il levarsi dell’arcobaleno in mezzo alle nuvole.
Beati quelli che sanno che il loro cuore griderà dal deserto
e sulle loro labbra fiorirà il silenzio.
Beati loro perché saranno raccolti nel cuore del mondo
coperti dal manto dell’oblio
e la parte loro riservata sarà il tamid* senza parole.
*Il tamid – termine che definisce il sacrificio quotidiano al Tempio di Gerusalemme (NdT)

