Foto © Luigi Ciminaghi/Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, tratta da: Livia Cavaglieri, «Uno spettacolo esemplare: Splendore e morte di Joaquín Murieta di Chéreau/Neruda al Piccolo Teatro (1970)», Mimesis Journal [Online], 6, 2 | 2017)
(Una pentalogia nerudiana: Puccini, Neruda, Chéreau, Troisi, Rigoni)
(Di Luigi Rigoni, Modena 1965-Modena 2017, attore, poeta e scrittore dell’avanguardia teatrale romana, l’editore IBUC ha già pubblicato nel 2022 Il poema di As. Ora lo stesso editore ha appena dato alle stampe Luigi Rigoni, un attore e letterato modenese al centro dell’avanguardia romana, con quattro testi di Rigoni e contributi, oltre al mio, di Pippo Di Marca e Marco Palladino, che verrà presentato il 29 ottobre, h. 18,00, al Teatro degli Scrittori, lungotevere Mellini 33, Roma)
La “sceneggiatura teatrale” di Luigi Rigoni su cui verte il mio contributo riprende fin dal titolo Fulgor y muerte de Joaquín Murieta di Pablo Neruda, Einaudi 1970, già rappresentato nel lontano 1970 da Patrice Chéreau al Piccolo di Milano in una memorabile messa in scena, divenuta col tempo una pietra miliare non solo del teatro italiano ma europeo, se ne veda a proposito l’ottima esegesi di Livia Cavaglieri su Mimesis Journal [Online], 6, 2 | 2017.
Il testo nerudiano è incentrato sulla figura storico-leggendaria di Joaquín Murieta, bandito messicano fatto cileno da Neruda, operante in California durante la febbre dell’oro di metà Ottocento, e quivi ucciso dai gringos yankee che ne esibiranno la testa mozza nelle fiere di paese.
Da tale testo nerudiano Luigi Rigoni prende le mosse non solo tematicamente e strutturalmente, ma anche con interventi di cut-up di singoli lemmi o di interi passaggi, tra momenti che vanno dal drammatico alla parodia scanzonata, tipo Il viaggio a Reims e Le comte Ory rossiniani, fino ad altri di vera decomposizione trash mortuaria. Una “sceneggiatura”, questa di Rigoni, decisamente marasmatica, rimpinzata con tutta una guittalemme di disagiati, ribelli, delinquenti comuni, crudeli assassini, torturatori, ladri, poeti maledetti, personaggi tratti dall’opera lirica, del tutto assenti nel testo nerudiano; dal Passator Cortese, all’anagrafe Stefano Pelloni, al Caronte dantesco, dal poeta arabo preislamico Shanfara a Rimbaud, dalla Lucia di Donizetti all’Ernani di Verdi, a Zorro risorto. Alcuni colti nella molteplicità delle loro maschere identificatorie, oscillanti tra realtà storica, leggenda popolare, e pura invenzione letteraria; altri come Shanfara, Dante, Rimbaud, quali reietti della società e sodali nel viaggio all’inferno dello stesso Rigoni. Il fatto è che in tale materia marcescente già la presenza dei poeti segna una riemersione alla realtà, mentre il tutto è sorvolato da un’ottica mistico-filosofica, da J. de la Cruz e da Leibniz fino a Baudrillard, pur da principiante, ma che qualche luce intuitiva la getta, non fosse altro per l’ortodossia stessa dei nomi che Rigoni trasceglie. A fronte di tanto guazzabuglio, le spesse volte difficile da districare, c’è il nitore di molti brani, anche corposi, e di altissima spiritualità, tratti dagli scritti di J. de la Cruz, che vi entrano come galleggianti medicamenta a curarne lo stato di sfacelo. Il testo si svolge così su due fronti, che si riconoscono a vicenda, senza elidersi, trovando poi nella risalita di Rimbaud dalla sua stagione all’inferno, nella sua invocazione alla Vergine Maria, il punto catartico finale.
Io vedo, in questo caos rigoniano, il compimento di una sacra rappresentazione, quale essenziale testo-Neruda in cinque istantanee del suo fenomeno. Partendo dalla vittoria dell’Amore sulla idolatrica corsa all’oro che è il messaggio ultimo di Puccini nella sua Fanciulla del West; ridiscendendo nella lotta di liberazione degli oppressi di ogni luogo cui aspirava Neruda; risalendo nell’apocalypsis dell’arcangelo Chéreau, e ancor più nell’effettuale arte sacrificale di Troisi-Il postino. Tutto un reale e moderno accadimento-Neruda si è svolto nei nostri giorni – nel théatron, nella musica, nel kínema – cui noi abbiamo assistito, più o meno consapevolmente.
Qui di seguito la parte introduttiva del mio saggio
Al perdurante théatron d’Italia.
Mi trovo nello stesso luogo a parlare di Luigi. La sedia impagliata e un po’ rotta, l’ombra dell’alloro un po’ eccessivo e che bisogna potare, le erbe aromatiche, origano, timo e mentuccia. Un orto-giardino, in verità, un rimbaldino “trou de verdure”1, “un foro nella tessitura celeste”2, per indicare non solo una compresenza, ma anche una leibniziana compossibilità del théatron quale realistico giardino di Dio.
E i ritrovamenti ci sono stati, tutto l’insieme di un teatro quale luogo; di sé stessi, della lingua, di un grande spazio aereo, di un quartiere, di una città. L’aria tutta intera di un “sovramondo” ortesiano3.
Tra l’aerea vicissitudine dell’architetto romano-modenese Luigi Rigoni; la ritrovata lingua napoletana dell’antropologo Annibale Ruccello; la culla del rione Sanità, anch’essa di ortesiana memoria, del mimo figlio del popolo Enzo Moscato; l’eracliteo “assolo” del filosofo Antonio Neiwiller; e, per tornare a Roma, la caravaggesca Vocazione di San Matteo della cappella Contarelli ridipinta dal poeta Victor Cavallo, il suo Ecchime4. Tutta una superfetazione letteraria, non senza, alle volte, un guazzabuglio di pastiches, è vero, ma anche il ritrovamento, nonostante tutto, di una propria fenomenologia culturale non mimetica, quanto invece teleologicamente, e cristianissimamente, soteriologica, e per sé stessi e per la salvazione di tutto un popolo.
Tanto più difficile tale intento, in quanto vissuto drammaticamente da diseredati e coscritti della scuola di Stato, quali in effetti siamo. Così da doverci in qualche modo arrampicare sugli specchi, sostenuti solo dall’aspirazione-intuizione verso tutta la nostra più che salda tradizione, classica e moderna, su di cui il liberalismo ha proiettato la sua ombra di morte5. Basterebbero i soli nomi, qui presenti nel testo di Luigi quali eventi salvifici cui aggrapparsi, di Juan de la Crux per tutta l’antropologia – il suo dibujio, ovvero disegno di un uomo – e di Leibniz per l’intera conoscenza metafisica della Natura.
Tanto è bastato a che questi attori, scrittori, teatranti, di cui alcuni nostri compagni di viaggio, superando quel senso mitico e deleterio di tanto protagonismo novecentesco, salvassero il salvabile, sottraendolo all’oscuro interdetto della nostra Epoca immobile6. Divenendo così, tramite il théatron, e oltre ogni alienazione da eterni specializzandi, dei veri architetti, dei veri linguisti, dei veri officianti dei misteri, con quell’insopprimibile bisogno di dover colmare la distanza tra uomo e Dio, che è stata la primigenia vocazione per cui presso Micene sorse il teatro greco.
Ma non senza acuta sofferenza si attraversa la notte dei sensi e dello spirito disposti ad una personale riduzione fenomenologica che, mettendo in parentesi tutto il contingente, ci porti alla rinuncia della consolazione e degli uni e dell’altro; a non essere, molto sanjuanamente, “né questo, né quello”, infinitamente arresi da una parte, e dall’altra del tutto diffratti rispetto ad ogni maschera del mondo.
Così come diffratta è stata la ricreata vera lingua di Massimo Troisi rispetto a quella dell’annichilente grammatica manzoniana7; ovvero rispetto all’idiosincratico vernacolo del teatro di Edoardo, di deriva piuttosto pirandelliana che non autenticamente popolare.
Così come diffratta è stata l’elevazione, resa possibile da Luigi, di un duomo wilighelmino sopra le rovine ideologiche di Corviale, il chilometrico palazzone di cemento lungo il percorso della Portuense, nella zona amministrativa che comprende Trullo e Magliana, dove tra gli anni settanta e gli ottanta sono stati deportati gli ultimi popolani del centro storico, incluso un gruppo di artigiani sfrattati. Il tempio già distrutto dai profani, il focolare domestico, la città, vengono ricostruiti perennemente nel “sovramondo” in cui l’attore non veste più la maschera, ma le dà il proprio volto e corpo, il proprio nome umano, redimendone l’antica e nobilissima parola di persona.
In questo sovramondo, in cui già le storie bibliche di Wiligelmo del duomo di Modena si videro nascere appena dopo il paliotto eburneo e i pulpiti della Cattedrale di Salerno, come in un primigenio e perdurante théatron scultoreo d’Italia – insieme al sorgere, proprio a Salerno, intorno al Mille, del primo orto botanico al mondo – in questo sovramondo dicevo, ancora una volta ha preso dimora, riperlustrandolo, Luigi Rigoni. Un introibo in quel giardino baciato dalla rugiada di Dio che, secondo quanto ne dicono gli ebrei, è il vero significato del nome Italia.
(…)
Note
1
Arthur Rimbaud, Le dormeur du val.
2
Antonio Porta, “c’è un foro nella tessitura celeste”, Invasioni 1984.
3
“corpo celeste, o oggetto del sovramondo, era anche la Terra […] Anche la Terra e il paese dove abitavo; e la collocazione o vera patria di tutti, era quel sovramondo!”, Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi 1997, p. 10.
4
Victor Cavallo, Ecchime (Antologia Sinfonia), a cura di Paola Febbraro, Nuovi Equilibri 2003.
5
“si scrive e si agisce sulla tradizione anche, o prevalentemente, d’istinto, perché un certo istinto si nutre di cultura, di civiltà; diventa memoria; sicché c’è qui sempre l’intuito, almeno l’intuito, di un’arte poetica nuova e colta”, Pietro Tripodo, Sulla poesia di Beppe Salvia (Prima parte), Capoverso n. 2, 2001.
6
È il titolo dell’ultimo libro di poesia pubblicato in vita da Giovanna Sicari, Epoca immobile, Jaca Book 2003.
7
Il fondo anticattolico e infine nichilista de’ I promessi sposi, che all’epoca non era sfuggito ad alcuni più acuti osservatori, tra gli altri San Giovanni Bosco, è stato ultimamente indagato da Aldo Spranzi nel suo L’altro Manzoni, Ares 2008.

