Postille al libro Paradiso di Stefano Dal Bianco per Garzanti, 2024
Libro pluripremiato, essendosi aggiudicato quest’anno la 95° edizione della Sezione Poesia del Premio Viareggio-Rèpaci, la 36° edizione del Premio Letterario Camaiore-Francesco Belluomini e il Premio Strega Poesia 2024.
E pertanto sono alte le aspettative del lettore.
E comunque avranno pure le loro ragioni i critici e i giurati vari che hanno attribuito i premi.
Ma dal mio punto di vista, di lettore, ormai attempato, di poesia, ahimè, le aspettative sono state disattese.
E dunque ho davvero ben poco da dire su questo libro e sarò sintetico.
Saranno brevissime postille.
Emerge subito il linguaggio colloquiale della quotidianità su pedale basso/basso con andatura lenta, che tende al noioso.
E il contenuto non spazia. È spesso arginato nella/dalla ripetizione.
Il clima è monotono.
Senza canto; i testi sono anti-lirici per antonomasia.
Togliendo gli a capo ci troviamo davanti a una prosa documentale che descrive e descrive e riscrive senza arte né parte.
Quasi nessuna allusione rimando metafora allegoria simbolo correlativo ritmo rima… poesia.
A volte sembra che alcuni testi siano scritti a forza, tanto per riempire la pagina, per dare volume al libro.
Qualche svarione grammaticale non manca.
Leggendo il libro mi sono venute in mente le canzoni dei cantautori: De Gregori, Dalla (anche con Roversi), Guccini, Venditti, Battiato e altri e mi è saltato subitaneo davanti un paragone. Per quanto sia indelicato. Ma alla fine se prendo il testo di alcune canzoni e i testi di questo libro (come altri libri e di altri autori) il mio giudizio migliore si sbilancia nettamente a favore delle canzoni.
Ma le canzoni non sono poesie. La poesia va rispettata. La poesia è sacra, sacra nel senso più laico, anche se questo potrebbe sembrare un ossimoro.
In questo Paradiso, inoltre, si sta fuori dal mondo, senza tempo, se non fosse per la presenza dell’accenno alle stagioni.
Un libro dove prevale la dimensione naturale e vegetale se non fosse per la presenza animale di un fido cane e dell’uomo che trascrive quanto cade sotto i suoi sensi.
Latitano, invece, la cultura e la civiltà, comprese le dinamiche tutte umane dell’esistenza, che sono glissate.
Nell’aletta del libro la presentazione parla di lirica, ma sinceramente non mi ci sono quasi mai imbattuto e a me sembra che il linguaggio prosastico voli molto molto basso, con il tenore tipico della quotidianità; e anche se si provasse a togliere gli a capo ci troveremmo davanti una prosa narrativa e affatto poetica.
Un linguaggio quasi da bar di provincia dove quotidianamente il narratore si siede a oziare e racconta agli amici i suoi vissuti di girovago a passeggio con il suo cane per il paesaggio senese con i suoi campi, i boschi a ridosso di ruscelli e fiumiciattoli dove gli uccelli cinguettano e le vipere incalzano in un contesto cosiddetto paradisiaco dove la narrazione inizia e là finisce.
È questa una raccolta diaristica di questi vissuti in un file che finisce per diventare libro, bontà dell’editore.
Un linguaggio familiare dimesso e piano come è normale per il parlato della quotidianità. La mia perplessità è se un linguaggio siffatto possa darsi e possa bastare in un libro di poesia. E questa perplessità sono certo che da subito verrebbe tacitata dai sostenitori del minimalismo poetico. Ma non ne sarei affatto soddisfatto, perché sono convinto di ben altre dimensioni, già esplicitate nelle precedenti postille, che appartengono alla poesia.
E a proposito del linguaggio “familiare” vorrei rimandare a quanto scriveva Gianfranco Contini a proposito del linguaggio “familiare” di Eugenio Montale in Ossi di seppia. Ma va da sé che il paragone è ardito e non regge, tra quel nobile libro e questo Paradiso, perché se in Montale era presente un accenno di linguaggio familiare, nell’economia della sua poetica entravano anche lemmi letterari e una tonalità lirica di fondo che nel complesso attenuavano o quantomeno completavano il dettato nell’armonia propria della poesia data dall’alternanza di un pedale medio-basso e un pedale alto, che poi sarebbe stata in tutto il percorso poetico montaliano la cifra di quella capacità d’essere poeta e fare poesia, come sarebbe avvenuto ancor di più nelle Occasioni, nella Bufera e altro e così via, fino a raggiungere nella produzione successiva il colmo poetico della satira della quotidianità, dello scherzo e così via, purtuttavia con il suo impeccabile stile.
Tutto quanto sopra che riguarda Montale, qui latita, manca, in questo Paradiso. Insomma, il paradiso di questo libro è abbastanza sciatto e noioso, senza nerbo, al punto che sarebbe preferibile l’inferno tutto umano che viviamo nella concretezza della nostra storia, davvero poco idilliaca.
E per stare nella dimensione letteraria e continuando il paragone, si parva licet, con la poesia di Montale, dove una delle caratteristiche sue proprie è il correlativo oggettivo, in questo libro non si incontrano quasi mai, perché pressoché assenti, le figure retoriche. Metafore, simboli, dormienti nel sopore dell’assenza. Così come rime, ritmo, e altro ancora.
Una piccola notazione, infine, per tornare a quanto detto più sopra.
Usata e abusata, da una parte e dall’altra, la disputa se i testi della musica pop, soprattutto del cantautorato, possano essere annoverati nella dimensione poetica. Sono sempre stato dalla parte di chi, come Maurizio Cucchi, ha creduto e spesso scritto che le canzoni della musica leggera non possono avere affatto, per motivi che qui non ripeto, nulla a che fare con la poesia nel suo significato più stretto. Chi legge ricorderà molto bene la polemica su vari fronti nel momento in cui venne assegnato il Nobel a Bob Dylan. Quando tra i difensori dell’assegnazione c’era tra gli altri Roberto Carnero e agli antipodi molti altri, tra cui il sottoscritto. E a un certo punto ebbi a lamentarmi anche del fatto che Bompiani ebbe l’ardire di pubblicare un volume ampio di versi, versi e non testi di canzoni, di Claudio Baglioni. Ebbene, la riflessione che vorrei rilanciare ora è proprio questa, a posteriori, se alcuni testi del cantautorato alla fine non abbiano maggiore spessore poetico di versi riconosciuti come poeti, e poeti che spesso pubblicano con le maggiori case editrici.
Dove è andata a parare, dunque, la poesia e quale fine farà?
E che cosa merita la poesia?
Una cosa mi sembra di poterla dire.
Paradiso sarà pure un libro pluripremiato.
Ma la Poesia non merita questo Paradiso, non lo merita proprio.
