Leggo, in questi giorni, il bel libro di versi e di immagini che Valentino Campo e Pino Bertelli hanno voluto pubblicare per le edizioni Volturnia con il titolo Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise. Ed è un mondo nuovo che sorge in me, ben diverso da quello – pure amatissimo – di Francesco Jovine, anche se certi racconti di Ladro di Galline e del Pastore sepolto, come Malfuta o della fondazione di un villaggio o Il cavallo del diluvio o Le lacrime degli eredi e altri ancora, sembrano condividere qualcosa delle immagini aspre e potenti di queste pagine. Ma qui è a un Molise eterno che ci volgiamo, a una petramater remota e arcaica, sannita e poi cristiana, ma che sembra ogni volta mantenere l’impronta del suo territorio: e non solo i sentieri, le montagne, i boschi, i tratturi, ma i paesi stessi, e perfino le voci che salgono da quelle terre danno la sensazione di far parte di una natura impervia e immutabile. La lingua di Valentino Campo testimonia di una ricerca personale che va verso l’asprezza dei suoni e la tensione dura delle immagini, a volte anche verso la litania, come nella seconda sezione del libro, dove l’incipit, ripetuto ogni volta, sembra dire di qualcosa di sacro e inalterabile, e fissato una volta per sempre: Fatum, se è vero che questa parola, in latino, esprimeva un ordine fatale stabilito dall’eterna legge di natura. E colpiscono, in questa sezione, certe formule interrogative o certe inserzioni sentenziose (come nel distico finale di XIII) che portano in sé la lingua apocalittica di Eliot. E poi ci sono i morti, che invadono il sonno e le acque, e sembrano intrufolarsi in ogni pensiero, così come negli occhi degli animali. E gli animali stessi, i buoi che impregnano di sé la mente del narratore nella prima sezione del libro. Niente di addomesticato, in questi versi, solo verità. E verità a volte inquietanti, minacciose, che stridono, e tagliano la pagina come qualcosa di rauco e di crudo, di indomato. E con una lapidarietà che è della lingua come del pensiero di chi parla. E penso ancora alla prima sezione, quella sannita, e a poesie come Così come è stato, quasi epigrafica nella sua essenzialità: «Così come è stato. / Il padre di mio padre, / il padre, vigilia / di mia madre, scroto. / Sia figlio di mio figlio, / il padre, ed io / semenza di mio figlio, fiato. / Io sono il bue, / mi dicono sacro / agli dei degli inferi, a questa lama, / alla fenditura / del cielo che s’assottiglia e che dirada. / Il bue inghiotte fili, / impregna l’aria / di là dal campo dove i romani / con croci e spini celano gli altari». Bellissimi i versi, come le immagini di Bertelli: due mondi e due linguaggi che s’intersecano e si potenziano reciprocamente, ma conservando intatta la propria autonomia espressiva.
Come velame che cade. Viaggio lirico nella terra di Molise
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