Narratori del Nuovo Millennio – Monica Lanfranco

In questo nuovo appuntamento con i Narratori del nuovo millennio ho chiesto un contributo a una delle voci migliori del femminismo italiano, Monica Lanfranco, che ha molto generosamente parlato dei temi che la coinvolgono di più, e della sua lunga vita di giornalista, scrittrice, ricercatrice e ispiratrice politico-sociale. Le sono molto grata per tutto ciò che ha fatto e continua instancabilmente a fare.

LE PAROLE PER DIRSI

Sono una narratrice (forse meglio sarebbe dire artigiana della parola) dello scorso millennio, visto che la mia biografia parla chiaro: nasco nel 1959, dunque ho vissuto fino ai miei quarant’anni nel ‘900. Per età, ma soprattutto per il piacere e la meraviglia che provo, sono legata alla forma materiale del testo scritto.
Per questo amo i libri, il loro odore e la loro consistenza. In più, e non è secondario, sono nata nella comunicazione giornalistica con il mezzo radiofonico.
Oggi il podcast ha riportato in primo piano la modalità di informazione e comunicazione attraverso la voce, il che è una benefica trasgressione alla ferrea legge dell’immagine, (in tv o via social) dominante nelle nostre esistenze di spettatori e spettatrici. Ma sono ben cosciente del fatto che la contemporaneità non è ritmata dalla voce umana e dal frusciare della carta stampata. Scrivo per alcuni blog, e molti dei miei libri sono anche in formato elettronico. Eppure.
Eppure, quando arrivano le copie dei miei testi editi, o quelle della rivista Marea, fondata nel lontano 1994 e ancora attiva, il cuore fa le capriole, e tutti i sensi coinvolti nell’atto della lettura sono grati: toccare le pagine, soppesarne il volume, annusare il tipico e inconfondibile profumo della carta appena stampata, vedere l’oggetto che ha preso forma.
Certo, so anche costruire siti web e montare video e audio con grande soddisfazione usando la tecnologia che rende più facili azioni e lavori che, prima, richiedevamo molto tempo. Ma nulla per me è comparabile con la materialità e la fisicità del testo cartaceo.
Spesso mi manca persino la scrittura manuale e, talvolta, mi esercito sul foglio con la penna, temendo che, all’improvviso come avviene nella fantascienza distopica, possa scoprire di avere disimparato a farlo.
Penso che il corpo/mente delle donne sia maggiormente incline alla vicinanza con il senso intimo della scrittura: per secoli scrivere è stata una attività celebrata e permessa solo agli uomini, e la storia dell’imprevista comparsa della soggettività femminile porta con sé la non scontatezza del dirsi, per le donne, anche attraverso lo scrivere.
Le femministe si sono rivolta alla scrittura per comunicare la necessità del cambio di paradigma: raccontare sé stesse, la propria vita ed esperienza era, anche, raccontare quella delle altre. Spesso lo è ancora.
Per chi, come me, è nata in una città periferica rispetto ai grandi centri urbani è stata la libreria, ben prima dei social e della rete, la fonte principale e preziosa del sapere delle donne. Il femminismo è arrivato a me prima attraverso i libri, che trovavo a fine anni ’70, nello scaffale della libreria Feltrinelli dedicato al femminismo: gli incontri con le donne in carne ed ossa che mi hanno ispirata sono arrivati dopo.
Essere femminista e scrivere sono aspetti molto connessi anche nel mio lavoro di formatrice, perché dare corpo in maniera materiale all’assunto di base della politica femminista, ovvero che il privato è politico, da un certo punto in poi della mia biografia è stato significativo e determinante.
Per questo prima ho fondato una rivista, nel 1994, e poi nel 2008 un luogo fisico, dove ‘fare femminismo’: il centro Altradimora, nel basso Piemonte. Vi rimando, se vorrete, all’esplorazione dei miei siti per curiosare tra i libri che ho scritto, tra i blog che ospitano le mie riflessioni e la mia attività di formazione.
Mi soffermo qui, continuando sul crinale del corpo connesso con la scrittura, per raccontare brevemente gli effetti fisici, molto concreti che ho incarnato durante la stesura di un testo molto amato: Crescere uomini – le parole dei ragazzi su pornografia, virilità, sessismo. Ho costruito il libro con le risposte (oltre 5500) a cinque domande poste a 1500 studenti di scuola superiore. Le loro parole hanno risuonato in me in modo assai diverso rispetto a quelle degli uomini adulti che, quattro anni prima, avevano risposto alle stesse domande. Mentre sono stata capace di porre, con gli adulti, la distanza protettiva tra me e le risposte malevoli, o violente, non è stato così facile né indolore attivare lo stesso dispositivo nel caso dei ragazzi.
Le loro parole mi entravano dentro, mentre leggevo, mi coinvolgevano non più solo come donna adulta, ma anche come genitrice.
Al netto di alcune esagerazioni, le inevitabili prese in giro, le battute e qualche frase violenta, la lettura mi ha coinvolta a livello emotivo profondo: quel corpo a corpo (il corpo di quei ragazzi che potevo evocare e immaginare dalle loro risposte è il corpo dei miei, dei nostri figli) mi ha messo a dura prova. Malessere, meraviglia, commozione, paura, disagio, rassicurazione: queste e altre sono state le emozioni contrastanti nei giorni di lettura dei questionari.
A qualche settimana dall’ingente lavoro di trascrizione delle risposte mi sono ammalata: il fuoco di Sant’Antonio mi ha invasa. È una malattia interessante ed estremamente significativa della situazione emotiva nella quale ci si trova. L’herpes zoster, comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio (o fiamme di Satana), è una malattia
virale a carico della cute e delle terminazioni nervose, causata dal virus della varicella infantile. Nell’interpretazione psicosomatica è uno dei modi del corpo per urlare la paura, la rabbia e il desiderio di un cambiamento. In parte il libro è stata una forma di cura e di rimedio per il carico di emozioni che mi hanno assalita alla lettura delle risposte dei ragazzi. Mi sono ritrovata a soffermarmi su alcuni dei fogli aggrottando la fronte, provando a immaginare questi ragazzi, mentre scrivevano (sì, è paradossale nell’era digitale, ma non è stato possibile fare rispondere via mail, bensì solo su cartaceo).
Per tutti questi ragazzi è stata la prima volta che mettevano nero su bianco parole sui loro corpi, la loro sessualità e le emozioni collegate ad essa.
I ragazzi hanno scritto meno degli adulti che risposero nel 2013, ma ci sono state riflessioni, pur più brevi, che indicano sensibilità importanti, come ad esempio quella di chi ha scritto: «Per me sessualità ha un significato abbastanza ampio, perché la sessualità è una cosa che va coltivata: è grazie ad essa che noi umani possiamo continuare a fare figli e a mantenere e creare legami affettivi che fanno parte della nostra vita», o anche «A parte l’orientamento sessuale del singolo (che non dovrebbe in alcun modo incidere sullo stile di vita di quella persona, né sul suo stato sociale), la sessualità di una persona sono i sentimenti più intimi e privati che si provano verso qualcuno del sesso opposto o dello stesso che sia».
Ho sorriso leggendo le bizzarre definizioni di virilità, o le frasi infantili scritte con calligrafia incerta, oppure precisa, oppure ampia e curata oppure quasi incomprensibile, minuscola, oppure ancora grandissima, constatando che questi futuri adulti sono capaci di tenerezze inaspettate, come nella riflessione di un ragazzo che scrive «Per quale motivo violentare una donna? Piacere personale? Oppure per disprezzo e superbia verso le donne? Non si può definire uomo uno che ragiona così. Pensa se succedesse a tua mamma o a tua figlia!».
Ma ho intercettato anche violenze inaudite, quando la maschilità non educata, spiegata e umanizzata diventa ideologia buona per il branco: «Trovare una tipa in discoteca e sfondarla così tanto che i genitori non la riconoscano».
Mi sono domandata, alla luce della conta di donne uccise ogni giorno da uomini che dicevano di amarle, cosa dicono questi ragazzi con le loro risposte. Ci dicono che sono soli, troppo soli nell’affrontare la sessualità. Il fai da te che la scuola dei siti porno consente, e che rappresenta la fonte principale della loro iniziazione alla sessualità, è lo specchio della rottura e del fallimento della relazione con il mondo adulto.
Lo racconta bene la serie tv Adolescence, della quale ho scritto di recente.
Rimettere al centro le parole dette, scritte, ascoltate, facendo insieme esperienza di ascolto e scambio, è l’antidoto centro l’onda di violenza che sta intossicando il pianeta. Chiudere il cellulare, tendere la mano, alzare lo sguardo sui volti, immergere gli occhi in un libro, respirare piano, apprezzare il silenzio. E ragionare sul fatto che, come suggerisce Christa Wolf, tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.

 

 

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