Non mangerò più
Non berrò più
Quando venne l’ora,[Gesù]prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse:«Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». [Lc22,14-23,56]
Il compimento è sempre cesura.
Spazio per l’inesprimibile. Vuoto di senso. Abisso.
Ed è compimento. Pienezza di tempi. Fili che si riallacciano. Percorsi che si ricompongono.
«Ho desiderato ardentemente»
Giungere alle sorgenti del desiderio è compimento. Tèlos. Fine.
Ardere del desiderio è carnalità che cerca compimento.
È ripercorrere i rivoli del desiderio e lasciare che diventino fiume.
Non è tempo di nostalgia. È preziosità del presente.
«Ho desiderato…non mangerò più…non berrò più»
Oggi si compie ciò che era stato iniziato. Niente sarà come prima.
Nessuna Pasqua sarà più uguale a quelle vissute. Il rito non è più sufficiente a reggere l’urto. Il sangue preme. Inonda. Feconda.
Tutto è fatto nuovo. È l’ultima volta. Finché…
La fine è un fino a che. Non oggi. Non qui.
Il tempo è un fino a quando.
Sarò nuovo. Sarete nuovi.
Le costruzioni appartengono al passato.
L’ultima Pasqua. Poi, ognuno sarà erede del vissuto comune. E lo sarà in proprio.
Fino a che.
Fino a quando.
