Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

«Ecco, faccio nuove tutte le cose»  [Ap21,5]

 

Matisse

«Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato,e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» [Gv 13,31-33a.34-35]

Un vero e proprio mandato. Questa è la novità. Il primo segno della novità di cui saranno fatte tutte le cose. «Amatevi l’un l’altro». Tutto è fatto nuovo, anche il rapporto con Dio. «Amatevi» è questo il segno.

È questo che marca l’appartenenza fra Dio e i suoi. Di più: è questo che segna la continuità fra Gesù e i discepoli. «Ancora per poco sono con voi. Vi do un nuovo comandamento». Quando lui non ci sarà più, sarà questo segno a significare la continuità e l’appartenenza: Amatevi.

Sembra tutto così bello ed edificante. Tutto così semplice. Che c’è di più bello di gente che si vuole bene?

Fra questo discorso, però, e la sua continuità storica, c’è di mezzo la croce. Di lì a poco, Gesù affronterà l’ultima lotta, il tradimento, la croce. Non solo passaggio obbligato per una comunione piena, ma segno del limite, messo lì a memoria del compito dato. L’amore non è solo dono, ma anche compito. Non solo lo riceviamo da Gesù, ma lo riceviamo anche come mandato. In questo senso, l’amore reciproco resta sempre un incompiuto tentativo di pienezza.

“Ma l’amore che non costa non è amore/solo un gioco, un sentimento/luce per un momento/un fuoco che consuma ogni valore”(M.L. Zannini).

Non ci si chiede di amare per quel che non siamo capaci di dare. L’Agape passa anche attraverso il nostro Eros, che non è pura ricerca del piacere, ma desiderio di assoluto, fino alla soglia del possibile data dalla nostra condizione umana. Platone si ferma qui. L’Eros sublima. Il resto è dono divino, che, una volta ricevuto, diventa anche compito.

Guardando la “Danza” di Matisse, si coglie tutta la tensione fra il desiderio di pienezza, che completa il cerchio, e il limite della distanza che lascia sempre il cerchio aperto. Quelle mani non sono fatte per congiungersi. Sono fatte per cercarsi. La comunione d’amore è il luogo della crescita, con tutta la sofferenza e la gioia che questa comporta, non il punto d’arrivo. Questo è affidato al non-tempo di Dio, che è il non-tempo dell’amore. Sarà quando sarà. Sarà come sarà. Per ora, cresca il desiderio. Cresca la torsione della ricerca dell’altro che sembra essere sempre altrove, rispetto a dove lo cerchiamo. Per ora, non sia stanca la mano nella spasmodica tensione verso la mano dell’altro. Sarà appartenenza reciproca solo se innestata nell’appartenenza comune a chi, di quest’amore, è il modo e la misura.

Oggi a noi resta il cercarci reciproco che ha una sola misura: l’amore di Gesù Cristo. Certo, ognuno ama come sa amare, ma questo saper amare deve essere sempre più come quello di Cristo. Questo è il ritmo: morte e risurrezione. La prima è una scelta, la seconda un regalo. La prima passa attraverso un voler amare. La seconda passa attraverso un incondizionato lasciarsi amare. Amore di cui altri è il soggetto. Amore di cui io, proprio io, sono l’oggetto.  

Quel cerchio che fatica a chiudersi è non solo il limite del nostro amore, ma una marcatura costante del desiderio che ognuno si porta nel più proprio dei nascondigli. Siamo fatti per questo amore e non sarà compiuta la nostra statura adulta se non nell’essere fatti nuovi nella perenne novità dell’amore.

Scoprirsi di essere per l’altro è la via che ci permetterà di essere con l’altro. Chiunque egli sia. Dovunque egli sia. Comunque egli sia.

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