Kenneth Rexroth

di Giorgio Stella

“… quando vorrai distrarre tua madre dalla sua terribile solitudine, ti racconto cosa facevo io di solito, Che la portavo a fare una lunga passeggiata in campagna, a raccogliere fiori di campo, fermandoci sotto l’ombra degli alberi, tra l’armonia del vivido fiume e la tranquillità di Madre Natura, e io sono sicuro che lei ne sarebbe molto contenta, e che anche tu saresti felice. Non dimenticarti mai, Dante: nel gioco della felicità non usarla tutta solo per te, ma guarda appena sotto di te, al tuo fianco e aiuta i deboli che gridano aiuto, aiuta il perseguitato e la vittima; perché sono tuoi amici, sono i compagni che lottano e cadono come tuo padre e Bartolo lottarono e caddero ieri, per la conquista della gioia della libertà per tutti e per i poveri lavoratori. Così nella lotta per la vita tu scopri- rai più amore e verrai amato”.

Nicola Sacco al figlio Dante, 18 Agosto 1927

Angst und Gestalt und Gebet – Rilke

Ma perché, queste poesie,
Questo fascio di virtù
Assieme a così tanto dolore?
Vent’anni di duro lavoro,
La lezione di Dante e Li Po,
I Canti indiani e la Gestalt Psychologie;
E quante parole potrà sillabare,
Questo alfabeto di una sola sensibilità?
Il nobile modello delle stelle in progressione ordinata,
L’aria fine delle cime da quattromila metri,
Il loro sguardo dal Pisgah dentro chissà quali meandri della personalità,
Il rosso dei papaveri nei campi erosi,
Il sonno delle linci nelle foreste meridiane,
La singolare anastomosi dei tessuti del pensiero,
L’incontrollabile flusso della vita
E la profonda speranza dell’uomo.
I secoli hanno cambiato ben poco in quest’arte,
Ci sono sempre le stesse cose.
Per amor di Dio levati i vestiti e lasciali sul letto,
Non vivremo in eterno
La rosa fa cadere i petali,
La vita fa cadere noi,
La storia is cadere i valori come le bombe gli uomini,
Solo una minima parte sopravvive,
Solo un oscuro compimento.
Loro possono mettere tutto nelle pietre tombali,
In tutti i campi di battaglia,
“Poveraccio, non ha mai saputo di cosa si trattava”.
Fra un migliaio d’anni verranno uomini occhialuti con pale in mano,
A tenere nelle università conferenze sul progresso culturale e i suoi ritardi.
Un pochino d’aglio in più nella zuppa,
Una mezz’oretta in più a letto la mattina,
Certi se la presero, certi no;
E quello che lasciarono cadere nella fretta.
Ora sta dietro le vetrine di musei tenebrosi.
Quest’anno abbiamo fatto quattro grandi scalate,
Per due settimane accampati sull’estrema linea dei boschi,
Abbiamo visto Marte navigare vicino alla terra,
Abbiamo visto la nera aurora della guerra
Salire nel cielo di una civiltà finita.
Sono gli ultimi, terribili giorni dell’autorità.
La malattia ha raggiunto la sua crisi,
La norma del ferro e del sangue versato.
Diecimila anni di potere, Lo scontro di due leggi.
La ferma solidarietà del sangue fresco e del cervello.
Li hanno intrappolati, assediati, come assassini,
Se tappezzano di sughero le loro cantine
Non è per attutire le revolverate
E per isolare le ultime parole del condannato.
“La libertà è la madre
Dell’ordine, non sua figlia”.
Non il governo degli uomini,
Ma l’amministrazione delle cose
“Dalla conformità al talento di ciascuno
Alla conformità al bisogno di ciascuno”.
Porremmo ascoltarli ancora,
Mentre ci apriamo il passaggio nel cristallo blu dei ghiacciai ripidi
Incerti lungo le creste frastagliate. dei ghiacciai tipidi,
La fiera e fredda apatia dei monti
L’hanno piegata pochi metri di fune
E poche, svelte asce rompighiaccio,
Ci sono rimasti soltanto pochi picchi.
Venticinque anni sono passati dalla mia prima cotta.
Tomando dalla montagna mi aspetta una lettera.
«Ho letto la tua poesia su “New Republic”.
Ti ricordi all’angolo, le pompe funebri,
E noi che scoprimmo alla finestra dello scantinato una figura nel lenzuolo
E ci mettemmo a urlare scappando via? Ti ricordi?
All’angolo c’è un benzinaio,
Uno spiazzo per il parcheggio dove si trovava casa tua,
Sono rimaste solo due case e la nostra. Noi resistiamo tra il rumore e il monossido di carbonio».
Era una poesia di nostalgia ed esilio,
Venticinque anni di vagabondaggio
In un mondo di rumori e veleni.
Lei riusci a resistere, io non tormai più,
Ma ci sono esplosioni e gas velenosi
Domestici come importati.
Dante era melanconico, il Cinese ne fece un’arte,
Cosi Ovidio e molti altri,
Per esempio Pound ed Eliot,
Kropotkin che muore di fame,
che muore di sua mano,
Fanny Baron che morde i suoi boia, Machno sospettato di calunnia,
Anche Trotzkij, alla sua maniera, con passione, suppongo.
Ti ricordi?
Ma perché, queste poesie,
Questo fascio di virtù
Assieme a così tanto dolore?
E ti ricordi il morto nello scantinato?
Ma ora che ci tocca fare qua, alla svolta dei nostri anni,
A noi, scrittori e lettori di settimanali liberali?

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