La poesia prima della fine del (o di un) mondo, a cura di Rita Pacilio. Claudio Moica

La poesia, di fronte all’imminenza di una fine – collettiva o individuale – si trasforma in un atto di resistenza e interrogazione radicale. Non importa se la catastrofe è storica (guerre, estinzioni, pandemie) o intima (la dissoluzione di un amore, il crollo di un’identità): il linguaggio poetico diventa un luogo di condensazione, dove il caos si fa significato e il silenzio trova una forma. È un gesto che attraversa epoche e culture: dai canti funebri delle civiltà antiche, incisi su tavolette per sfidare l’oblio, alle opere di Paul Celan, che trasformano l’orrore della Shoah in ritmo e metafora, fino agli haiku giapponesi, brevi come un respiro prima del vuoto.

La poesia non è consolazione, ma testimonianza. Emily Dickinson, rinchiudendosi nella sua stanza, scriveva versi che esploravano l’abisso della morte e della solitudine, mentre T.S. Eliot, ne “La terra desolata”, dipingeva un mondo post-bellico frammentato, cercando nel mito e nel simbolo una via di ricomposizione. Anche nelle culture indigene, i canti sciamanici accompagnano i trapassi, perché la fine di un ciclo non sia solo perdita, ma transizione.

Questa tensione tra annientamento ed eternità si manifesta nella struttura stessa del testo poetico: la strofa che delimita il caos, la rima che crea connessioni inattese, il verso spezzato che imita il respiro affannoso di chi sopravvive. La poesia non offre risposte, ma custodisce frammenti di umanità – un grido, una preghiera, un’immagine – che diventano eredità. Come i semi nel mito di Deucalione e Pirra, gettati alle spalle per rigenerare la vita, le parole sopravvivono al loro contesto, pronte a germogliare altrove.

Oggi, di fronte a crisi climatiche, conflitti globali e derive esistenziali amplificate dalla digitalizzazione, la poesia assume un ruolo duplice: è specchio dell’angoscia contemporanea e ponte verso un futuro possibile. Autori come Wis?awa Szymborska o Ocean Vuong scrivono versi che scavano nelle ferite della storia e dei corpi, trasformando il dolore in linguaggio condiviso. Persino nei graffiti delle città in guerra, nelle canzoni dei profughi, nelle voci dei sopravvissuti, risuona questa necessità: dire l’indicibile prima che tutto svanisca.

La fine, dunque, non è mai definitiva se qualcuno la racconta. La poesia, nel suo essere insieme fragile e ostinata, suggerisce che ogni apocalisse è anche un inizio: persino nell’ultimo istante, restituisce dignità al vivente, trasformando la caduta in un canto che qualcuno, forse, raccoglierà.

Cosa ne sai tu del tormento del risveglio
di quando sia doloroso aprire gli occhi
mentre intorno la tempesta non accenna a passare
e nessuna voce amica da abbracciare la notte.

Che ne sai di chi non è nato sotto una stella
di chi si nasconde sotto la pioggia
mentre l’indifferenza delle nuvole non passa
è sembra impossibile avere un cuore che batte.

No, tu non lo sai cosa vuol dire non avere voce
per urlare quanto sia difficile esserci
in questo mondo dimenticato dalla luce
e non è mai giorno nelle labbra dei maledetti da Dio.

Se un giorno mi vedrai fare capolino nella tua ombra
tendimi un lenzuolo di lino
perché solo lì posso riposare il mio andare
e mai più ritornerò la notte nei tuoi sogni.

Ora lo sai cos’è il tormento dell’Anima
accarezzalo e soffialo via tra gli angoli del tempo.

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