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Sfilarono gli stivali scalcagnati. Finite le gole da tagliare, un orto e un pozzo, male che vada scale e pennellesse. Reimparavi imprecando gli agi di coperte e materassi. Sfiato di flauti, un sogno. Motivetti, cosce avvinghiate. Accontentati, amico.
Uomini verticali gli eredi, sbarazzeranno cantine e armadi fino all’ultima lametta, e un click nostalgico dell’accendigas. Setta di codificatori bene in carne, dopo aver seminato lo spicciolo ritroso, cifra e talismano, tareranno di nuovo il contrappeso alle bilance.
Pellegrini da un cristallo tetragono ad un altro, al sussurro di circuiti volatili. Tendini saldi sotto il tessuto dello scontento. Scaleranno i fusi orari, accoppieranno con clangore i chiavistelli, le transazioni sigilleranno testamenti.
Qualcuno fu tentato di ripartire a piedi nudi.
Chi ci riusciva licenziava le ombre.
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Noi almeno l’arte, il mestiere: gesti stabiliti leggi asciutte. Chi con l’acciaio verticale tranciando strappa gemiti al cuoio conciato, chi accoppia al gorgo secco di calcina che lo beve una risacca d’acqua
Cruda compagna la forma, tocco brusco.
Noi, peso di mano estranea. Arte. Mestiere.
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Per scrollarsi di dosso la taccia di frivoli disertarono i combattimenti di galli, provarono a stornare le dicerie sulla loro aridità sentimentale corteggiando le figlie minori di mugnai e capomastri con la testa spolverata di calce e farina.
Poche braccia di pizzo il corredo, ed unghie rosicchiate.
Saldi, offerte speciali, per gli anniversari bonus terme acqua micellare.
Tutto dentro i confini del quartiere.
Sulla loro mensa quotidiana non arrivavano spezie più fini di quelle che si concedevano maestri di partita doppia e grammatici con le maniche lise ed i denti gialli, così nessuno mormorò di crapule, di ostentazione.
Il rotore schiaffeggiò i flabelli delle palme, arricciolò la pelle dell’acqua nella piscina. Il pilota protendeva le labbra in un fischio da bovaro. Sotto i pattini scorreva la coda del corteo formicolante di tuniche marrone.
I primi entrati nel palazzo si disputavano a graffi e morsi il pane avanzato, i bullet journal, i salvadanai di terracotta.
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La notte ha portato consiglio: leggi il labiale. Incalzano con i promemoria gli antenati, fievoli e petulanti. Morti ma non abbastanza, di longevità e bocconi terrosi.
Contenderemo spazio ai coinquilini della simbiosi? Mi racconta paterno l’amico di poche parole che specie nuove prendono dimora fra antenne e solai: upupe crestate, un raro falco smeriglio che credevamo diffidente verso l’abitabile abitato, e s’è persino vista una coda di volpe dire addio sorniona fra due cassonetti.
A strappi, a raspi indomabili, le incandescenze di quello che potremo desiderare, il dominio retrattile delle prossime ventiquattr’ore.
Per chi dovesse passare di qui, ma non ci conto, affido graffiti di ghiaccio al lato in ombra dell’aurora boreale.


