- Come e da dove nasce l’idea di questo libro? E potresti dirci qualcosa sul titolo?
L’idea di questo libro nasce come nasce la poesia, in un momento e in molti momenti in una notte e in molte notti. Si allineano una dopo l’altra le parole e nasce un verso, poi una poesia e poi un libro. Nasce da esperienze vissute nel cammino tra i paesaggi, nei viaggi tra i paesi, nel soggiorno tra le nuvole e nella meditazione sul mistero. Nasce, come nasce ogni cosa, dalle relazioni tra le cose, le persone, e il non visibile dove il cuore, fa da ponte tra le alluvioni della vita e il profumo delle rose, delle violette e i colori della primavera.
Il titolo, viene da una poesia che sta all’interno del libro, ma anche da un monologo visto online durante i giorni sospesi del lockdown. Raccontava le storie di alcuni scalatori i cui corpi senza vita sono ancora nelle loro imbracature attaccati al ghiaccio che ricopre la roccia del Nanga Parbat e soprattutto di uno di questi scalatori, di cui per un breve periodo ho seguito le vicissitudini da vicino, nella sua prima scalata dalla quale era tornato “sconfitto”. L’aver saputo solo attraverso questo monologo della sua morte e del suo corpo attaccato a quella roccia mi ha per giorni fatto vivere in una dimensione altra, questa sua impossibilità di lasciar andare l’obiettivo e restarne addirittura vittima, mi ha fatto respirare quanto siamo, noi umani, accecati dall’illusione che ci pervade, che la mente ci costruisce dentro e fuori, nella testa, nel corpo e oltre la pelle. E quindi l’esigenza per me, e credo per tutti, di staccarsi dalla roccia che ci sembra vera, per tuffarsi nella Verità.
Infine, là dove il Salmo 18 recita: «Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore», ho avvertito un’intuizione: finché Dio resta la roccia a cui aggrapparmi, io resto separata da Lui. Ed è in quel distacco — anche dall’idea, dalla certezza, dalla sicurezza — che nasce il desiderio di non afferrarlo, ma di incarnarlo. Non più aggrapparsi a Dio, ma semplicemente essere Dio. Il mistero della Trinità, che non si pensa: si abita.
2. Da dove nasce, per te, la necessità, o l’intenzione, di scrivere poesia? Si tratta più di una scelta o una risposta a una chiamata?
La necessità di scrivere poesia nasce dall’impossibilità di credere che c’è La fine e allo stesso tempo dal sapere che c’è una fine. Dall’aver vissuto il mistero del dolore e dell’amore, per poi staccarsi dalla roccia e vivere direttamente un istante di Eterno.
Scrivere poesia per me è una scelta consapevole di rispondere a una chiamata.
3. Cos’è per te la parola? Che valore le attribuisci? Quale potere credi possa avere?
La parola è quel simbolo vivo capace di srotolare fili di molti colori tra i cuori, le menti e le anime del creato, capace di unire e dividere, capace di condurre nel silenzio e nel vuoto/pieno dell’Essere. La parola è potere, granello dopo granello diviene roccia dalla quale ad un certo punto staccarsi per varcare la soglia del non detto.
4. Tre poetesse o poeti (e relative opere) imprescindibili, secondo te, per chi si avvicina ama o scrive poesia.
Concedimi quattro nomi: Emily Dickinson, Rumi, Eleonora Nitti Capone, Biagio Accardo. Qualunque loro opera…

