Cos’è mai Anatevka?!
(M. Pistoletto, La Venere di stracci)
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». [Lc 12,13-21]
“Il violinista sul tetto”, vecchio film anni ’70, parlava di una famiglia di ebrei, in Ucraina, che, per un pogrom, doveva lasciare il villaggio, Anatevka, dove erano nati e vissuti. Mentre tutti piangevano, il capofamiglia commentò, più o meno testualmente: “Che cos’è mai Anatevka? due pentole e quattro sedie. Che altro è?”
Ognuno ha la sua Anatevka.
Abbiamo ricevuto qualcosa, abbiamo vissuto una storia, abbiamo “costruito”.
“Altri semina, altri raccoglie”
Nulla ci è dato per sempre.
Anatevka è provvisorietà. Anatevka è povertà.
Era bella Anatevka e ci si stava bene. Avevamo creduto di passarci la vecchiaia.
“Ripòsati, anima mia, divertiti”.
Nulla è per sempre. Resta la “fame di vento” che ci fa dire che “tutto è vuoto niente. E fame di vento” (G. Ceronetti, Qohelet).
Avevamo dato tutto per Anatevka. Era la nostra ricchezza. Era il nostro tesoro.
Era la nostra vita. Era la nostra vita?
La nostra vita in “quattro sedie e due pentole”?
Siamo fatti per ben altro.
Lasciare è il primo atto. Doloroso e straziante, a volte. Proposta di ulteriorità, sempre.
Non si lascia in cerca del meglio. Si lascia quello che oggi per noi è il meglio.
Chi è povero non lascia. Lascia chi è ricco. Più è ricco, più lascia.
Non dipende da ciò che si possiede, la vita.
La vita non dipende dai nostri cumuli accantonati.
Tutto ciò che non è semplicemente “pane quotidiano”, per la fame di un giorno, è di più.
Tutto è dono ricevuto. L’accumulo è rapina. È violenza. Verso se stessi, anzitutto.
Per cosa vale la pena vivere? Che cosa vale la pena costruire?
Non abbiamo sbagliato nel costruire Anatevka. Abbiamo sbagliato nel far riposare lì le nostre speranze.
Abbiamo sbagliato nel racchiudere nei suoi confini tutto il nostro orizzonte.
Abbiamo aria pura da respirare. Coraggio, prendiamo fiato.
Un cumulo di stracci è il nostro possesso.
Una gabbia travestita da libertà.
Altrove, altrove è ciò che ci fa ricchi. E l’altrove non si tramanda. Non si lascia in eredità.
Si tramanda una via, forse. Si lascia un modo. Ma è solo la nostra via, solo il nostro modo.
Ciò che resta è desiderio. Ogni anima è casa di desiderio. E ogni desiderio è via per ciò che si desidera.
Anatevka è solo un suonatore di violino sul tetto, in un precario equilibrio da cui far sgorgare la sua musica, il provvisorio che spalanca finestre sull’eterno
L’insufficiente lanterna nel mare di luce.

