Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 12. Giancarlo Consonni

Giancarlo Consonni, Il conforto dell’ombra, Einaudi, 2025

Molti di voi conosceranno già la poesia di Giancarlo Consonni. Per me, invece, è la prima volta che mi imbatto nei suoi versi. Una scoperta del tutto casuale, nata da una delle scorribande in libreria alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, forse anche di antico – nel senso buono della parola – sugli scaffali defilati, seminascosti, nel cantuccio in basso, lontano dagli sguardi dei più. Ormai, la poesia non fa testo. È diventata sempre più di nicchia. Il grande pubblico dei lettori non la legge più e non la legge neppure chi vorrebbe fare e scrivere poesia. Qualcuno ha detto che è meglio essere lettori invece di scrittori di poesia. E non ha tutti i torti. Vogliamo mettere la soddisfazione e il piacere di leggere versus il turbamento, l’afflizione, la fatica nello scrivere, laddove non si persegua la banalità e la miseria della parola? Ma per tornare a noi, mi capita sotto gli occhi questo libro, Il conforto dell’ombra, pubblicato da Einaudi nella Bianca e lo prendo incuriosito e col preconcetto ormai fattosi negli ultimi tempi sempre più forte di trovarmi davanti a poesia- spazzatura e invece, sfogliando e leggendo qua e là, arriva la fulminazione.

Al di là delle questioni canoniche, stilistiche, filosofiche, sociali e così via, che pure sono molto importanti quando parliamo di poesia, ci chiediamo quanto sia importante il senso comune che porta al riconoscimento di un comune sentire che rende l’uomo attratto dalla condivisione di sentimenti che vengono esperiti e dunque fatti propri a determinare un’esistenza che si ritrova, ed è proprio là che ci si ri-trova, nella specularità offerta dall’incontro tra lettore e scrittore (in questo caso il poeta) che va a suggellare in qualche modo le affinità elettive che solo la poesia sa donare. Se pensiamo bene e meglio, non sarà proprio questo l’incanto che potrebbe far rinascere l’interesse e l’amore per la poesia? Ovviamente, stando bene attenti a non cadere nella tentazione di scendere sul piano della banalità, con operazioni di facciata a fini commerciali come stanno facendo alcuni ex-poeti e alcune case editrici. La poesia dovrebbe mirare proprio all’incanto, lasciando da parte molte ma molte operazioni di tipo intellettualistico che con la messa in mora dell’incanto e approdi al disincanto allontanano i lettori. A differenza delle canzoni che rientrano nel novero del cantautorato, che hanno segnato e continuano a segnare, non solo con la loro musica, ma anche con i testi, le nostre esistenze. Ora non voglio dire che i cantautori possano essere definiti poeti, ma resta il fatto che alcuni loro testi rasentano il dettato poetico, al punto tale da entrare e con-ficcarsi nella nostra mente, nei nostri cuori e a segnare indelebilmente molti dei nostri momenti e dei nostri vissuti. Cosa che la poesia sembrerebbe non saper più fare. Del resto, la storia parla in chiaro e se facciamo mente locale possiamo arguire che anche molti poeti avranno avuto questo mio pensiero, se a un certo punto si sono prestati a scrivere testi per canzoni, come Calvino, Moravia, Pasolini, Fortini, Roversi.
Ora, voglio dire che la poesia si debba appiattire sulla dimensione della cosiddetta musica leggera e nella fattispecie del cantautorato, perché è bene che le due dimensioni continuino ad essere ben distinte e separate, ma il mio discorso vuole parare là dove mi piacerebbe che la poesia possa mirare senza sdolcinamenti di sorta a un piano di incanto nel quale il sentimento possa trovare la possibilità di confronto e soprattutto possa avere e dare la possibilità di riconoscersi a specchio nei valori e nei vissuti del poeta.
Fatta questa premessa, ne scaturisce di per sé il motivo per il quale ho trovato molto affine al mio sentire i versi di questa raccolta di Giancarlo Consonni, già a prima vista. Anche se poi, come richiede la maggior parte dei libri di poesia, la mia lettura è stata triplice, anche se, come in questo caso, non è stata tanto una lettura per comprendere, bensì per il piacere di per sé di leggere. Come quando si ascolta una canzone, che so, di De Gregori, la si ascolta e poi riascolta e ancora e ancora anche a distanza di cinquanta anni, come nel mio caso, e assai spesso, negli anni, nei mesi, nelle settimane, nei giorni; per quel sentire piacevole che è così piacevole nella misura in cui evoca sensazioni e sentimenti passati tanto da creare ambasce.
Ebbene, il lettore che sono, e sottolineo ancora una volta, non il critico che non sono, se non altro di professione, vi invita a meditare su quanto ho fin qui detto, e vi invita a leggere questo libro perché possiate avere un riscontro a quanto affermato.

Il conforto dell’ombra inizia con la poesia intitolata Parola, che apre il libro e fa da introibo alle tre sezioni, I gelsi spaesati, Babylon minima e Dono. La poesia termina con la seguente chiusa che ben delinea una sfaccettatura della parola poetica di Consonni:

[…]
c’è la parola che sa stare tra la gente
e c’è la parola che abita il silenzio.

Ci sono tanti tipi e modi di parole, ma alfine la parola che emerge da questo libro è proprio quella parola che sa stare tra la gente e parola che abita il silenzio.

Una parola discreta, onesta, chiara, luminosa e nello stesso tempo ombrosa che nasce dalla luce, sta nella luce, vive di luce, ma non disdegna, anzi lo apprezza, il conforto dell’ombra che ristora nella parola che sta nel silenzio.

A chi non capita, e dí frequente, di passare in determinati posti e avvertire il vento del genius loci che ci travolge e rianima dentro di noi il passato regalandoci emozioni così forti tanto da illuminarci per poi subito ombreggiarci? Ma tanto vale la pena, al punto che possiamo dare valore anche a quell’ombra che ci ripara dalla fulminazione di quella luce intensa che ci abbaglia e ci dà conforto. Esserci, esserci stati, avere vissuto quell’infanzia e quella adolescenza e quella giovinezza, nel bene ma anche nel male, ci riporta a un passato che non potrà mai più tornare: ecco, dunque, il conforto dell’ombra, nella misura in cui la nostalgia viene superata dalla felice memoria che ci sorregge.

La memoria riporta così agli anni Cinquanta e anche Sessanta del Novecento, a quel dopo-guerra che sarebbe diventato di lì a poco così mitico, per la sua intensità, ma nello stesso tempo per la brevità di vissuti culminati nella fine di un sogno. Un momento storico caratterizzato dal ritrovarsi a valle dalla fine di una guerra che aveva portato distruzione, morte, povertà e tanto dolore e che allora faceva intravedere la ripresa in una ricostruzione che dava nuova speranza a tutti coloro che avevano superato la disgrazia di un conflitto e di quelle dittature che lo avevano in qualche modo provocato. E i giovani di allora, freschezza di una generazione vogliosa di recuperare con la libertà il tempo perduto. 
Quanti di noi, più o meno giovani in quegli anni vissuti nella temperie di un mondo ancora contadino o di periferia cittadina fatta di operai e ceto proletario, hanno vissuto, rispecchiandosi così nei versi di Consonni? In primo luogo c’era l’atmosfera di una natura ancora incontaminata con la colonna sonora data dal canto di miriadi di specie di uccelli e con l’immancabile usignolo. I giochi, così lontani dalla tecnologia attuale, fatti di cose semplici come i due pezzi di legno della lippa, rievocata dal poeta, che nella mia città si chiamava nizza e il bigliardino e le figurine (quanti pacchetti comprati dal giornalaio!) e anche la ricerca delle posate dentro i semi (per me gli ossi) dei cachi. E la liquirizia, il gelato comprato quando passava il carretto. L’avvento della televisione con i primi programmi (Lascia o raddoppia) subito diventati cult, i bagni nei fiumi – l’Adda per Consonni, l’Aniene e il Tevere per chi come me stava a Roma. Quello stare con gli occhi al cielo in attesa della caduta dei volantini lasciati venir giù dagli aerei e fare a gara per chi ne raccoglieva di più. Il gettarsi nei campi di granturco e di grano e giocare con le pannocchie (e lasciarsi accarezzare dalle spighe). E il susseguirsi delle stagioni. E poi, anche, quel profumo di religiosità popolare fatta di oratori e di processioni, come quelle mariane, che nel mio caso si snodavano per le strade del quartiere in costruzione dove le case venivano su come funghi e le strade venivano asfaltate lasciando nell’aria quel tipico odore di catrame, che per quel che mi riguarda mia madre, su consiglio di un medico di allora, mi portava ad inalarne i vapori quando a ridosso del Tufello-Montesacro stava sorgendo il quartiere di Talenti, di cui ha parlato anche Ennio Flaiano, che risiedeva a Montesacro, nei suoi scritti dove raccontava dei suoi vagabondaggi. E lo straccivendolo (che a Roma chiamavamo lo stracciarolo)? E quando raccoglievamo i cartoni per racimolare qualche lira? Ecco, come vedete la madeleine di Consonni si intreccia specularmente con quella del lettore, in tal caso il sottoscritto, e la poesia si fa tramite di quella fusione di orizzonti che fa l’uomo umano nella misura in cui il comune sentire si fa senso comune e pacifica nella percezione di un sentimento puro e semplice.
Come nella fattispecie quel “più bel muschio di sempre” che offrono “i gelsi spaesati”, muschio che sarà utilizzato per il presepe. Muschio che mi ha riportato a quella comune temperie di un tempo ormai passato ma sempre presente a confortare con la sua ombra.
Nei versi di Consonni si parla di transumanza, torelli, mucche, capre. Nella mia periferia il passaggio di greggi tenute a bada da cani e pastori.

E poi, ad un certo punto della giovinezza – ecco altro punto della fusione di orizzonti e di ri-conoscimento e identificazione – la comparsa della poesia e la lettura dei poeti da parte di colui che a sua volta sarebbe diventato poeta (il rimando alla poesia Vasel che riprende metatestualmente il Dante di Guido i’ vorrei). 

In conclusione, affermò con risolutezza che di questo poeta apprezzo moltissimo il suo essere e andare controtendenza. Altro che sperimentalismo e ricerca e avanguardia.

Leggete, se non l’avete ancora letto, il Consonni, per apprezzare la sua poesia caratterizzata da onestà intellettuale, morale e soprattutto estetica. La sua è una parola sincera che sa scavare a fondo nei sentimenti, che a loro volta si fanno poesia nel momento in cui il dettato si fa universale. 
Apprezzo, inoltre, la sua semplicità, che è cosa ben diversa dalla banalità – oggi divenuta, quest’ultima, così alla moda – così come apprezzo la brevità delle sue poesie, che sono molto spesso vere e proprie fulminazioni e illuminazioni. Anche questo, in contrasto con tanta poesia attuale che, invece, si dilunga in una noiosa prosaicità.

Vorrei dire dell’altro, ma mi fermo qui e chiudo con la poesia che conclude e la sezione Dono e il libro stesso; poesia che suggella il gioco di luce-ombra, caratteristico di questa raccolta, con un messaggio forte, nella misura in cui si afferma che lo sfarsi di luce e ombra, un dato di fatto, che pure si sfa, sono finalizzati a ri-tornare nel grembo della parola, parola che in quanto tale è la sede dell’essere, unico immutabile, in cui ogni contrasto, come quello di luce e di ombra, si annichilisce; e questa è la parola-essere di cui il poeta si fa pastore:

Grembo

Si sfa la luce,
Si sfa l’ombra.

Tornano insieme
nel grembo della parola.

Come dire, infine, che luce e ombra – ovvero la fulminazione della luce e il conforto dell’ombra – sono così transeunti, ma pur tuttavia sono così capaci di ritrovare il loro senso ultimo nel tornare insieme nel grembo della parola, dando luogo, da ultimo, in sinergia, a una poesia che è pura e semplice ontologia nell’orizzonte di un’ermeneutica veritativa.

Un pensiero su “Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 12. Giancarlo Consonni

  1. vittoria

    Il piacere di leggere, il piacere di condividere ,riscoprire l’uso ,dimenticato, di una parola “conforto”,che è stata
    i’emozione che ha suscitato in me la lettura di questo libro mi ha fatto sentire bene .In questa calda mattina milanese di metà agosto mi sono sentita bene e confortata anche
    dalle parole che Maurizio Soldini ha scritto a commento di questo libro
    . Grazie

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