Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

“Gettare un fuoco sulla terra”

  (Matteo Pugliares)


«In quel tempo, Gesù disse ai suoi
discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». [Lc 12,49-53]

Quale “fuoco”?

Il “fuoco” del roveto ardente? O il fuoco preannunciato dal Battista?

Il “fuoco” della Pentecoste? O il fuoco che brucerà la pula?

O, piuttosto, si tratta del “fuoco” dell’alleanza, come in Gn 15? “Un fuoco ardente passa tra gli animali divisi a suggello dell’alleanza fatta con Abramo.

In ebraico, il termine stesso “alleanza” racchiude una divisione, una differenza, una alterità. Due differenti, che avrebbero potuto fare a meno l’uno dell’altro, si scelgono e decidono di fare della differenza il punto di inizio. In ebraico si dice “tagliare” un’alleanza. Non era forse usanza, anche presso la nostra gente, il gesto di “tagliare” le mani che sancivano il patto di compravendita?

L’alleanza, dunque, come fuoco e divisione.

Di fronte all’apparire dell’altro, non si resta indifferenti. Non è la tranquillità che ci viene proposta. Non è la vita senza scosse di chi ormai ha compreso il senso del proprio cammino e si lascia andare per inerzia verso un destino noto. Il nostro destino è la totale alterità: come può non inquietarci?

La “pace” annunciata dal risorto non è lo “stare in pace”, in stazionamento di quiete, senza problemi, perché ormai tutti sono stati risolti. Questa pace è fuoco, che arde e che divide, e perciò sancisce lo sposalizio fra cielo e terra.

Tutte le nostre costruzioni, anche le più “sacre”, devono fare i conti con questo “fuoco”. Da questo “fuoco” devono essere purificate. Anche la famiglia. Nulla è prioritario rispetto alla “crisi” che Cristo introduce nelle “acque chete” del nostro buon vivere.

Fuoco è desiderio che brucia non appagamento consolatorio. È spinta continua, è ricerca, è domanda.

Non è occupazione di spazi di potere, quale forza soverchiante; è forse il vuoto della consumazione che l’incendio genera. Vuoto fecondo, perché fecondato dalle ceneri del “di più”.  

Non difesa di posizioni raggiunte, non ostentazione o difesa di una fede che non ha più parole per l’umano viandante.

Tradizione è custodire il fuoco non adorare le ceneri” (citaz. attribuita a G. Mahler e ripresa da Papa Francesco)

E custodire il fuoco è accettarne il destino.

Gesù si fa egli stesso fuoco. Fuoco che appicca incendi. Con le scintille che vanno verso l’alto e le ceneri che ricadono. Le prime accendono desiderio, e portano in alto; le seconde servono solo a conservare la memoria dell’incendio, dolce e appagante tepore, destinato a raffreddarsi e a non avere più nulla da dire.

Siamo “faville vive” (Parad. XXX) o ceneri morte?

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