Tra carne e luce: l’inquieta danza dell’umano
Come possiamo abitare questa strana condizione di essere contemporaneamente materia che pensa e pensiero che si incarna? Perché avvertiamo sempre quella sottile scissione tra ciò che il corpo desidera e ciò che l’anima anela? E se la nostra grandezza consistesse proprio nell’essere creature di confine, eternamente sospese tra terra e cielo?
La doppia natura dell’essere umano si manifesta nella tensione irriducibile tra la dimensione materiale – corporea, biologica, legata ai bisogni e agli istinti – and quella spirituale, che emerge nella capacità di trascendere l’immediato attraverso il pensiero, l’arte, la morale. Non si tratta di due realtà separate, ma di un’unica esistenza che si esperisce in modalità differenti e spesso conflittuali.
Hegel aveva colto con straordinaria lucidità questa dialettica quando descriveva l’anima come spirito ancora immerso nella natura. Per lui, la coscienza umana non nasce già formata, ma si sviluppa attraverso un processo graduale di emancipazione dalla pura naturalità. Inizialmente siamo completamente identificati con le nostre funzioni biologiche, con i ritmi del corpo, con l’immediatezza delle sensazioni. Ma progressivamente emerge qualcosa di diverso: la capacità di distanziarsi da sé, di osservarsi, di giudicare i propri impulsi. Questo movimento non è mai definitivo – rimaniamo sempre ancorati alla corporeità, eppure ne siamo anche irrimediabilmente separati. La soggettività che si forma è precisamente questa capacità di essere dentro e fuori simultaneamente, di vivere la propria natura e al tempo stesso di interrogarla. Il vissuto di coscienza diventa allora l’esperienza di una libertà che si conquista faticosamente, step by step, senza mai poter dimenticare le sue radici terrene. Ogni volta che pensiamo, amiamo, creiamo, stiamo compiendo questo gesto straordinario: elevare la materia a spirito senza tradirne l’origine.
Forse dovremmo smettere di vedere questo dualismo come un problema da risolvere e iniziare a viverlo come la nostra più autentica possibilità.
Ma se siamo davvero creature di soglia, quale saggezza possiamo trarre dall’accettare di non appartenere mai completamente né al regno della materia né a quello dello spirito?

Si,stai enunciando il principio fondamentale del nostro essere creature:«Materia spiritualizzata e Spirito incarnato»,principi preziosi per il carissimo “DOMMA”!
Non parlava di una “scuola di pensiero”,bensì la facoltà che il “Pantokrator” ci ha “immesso” nel “plasmarci” onde poter consentire a quella parte del nostro essere di diventare,anzi , “rimanere” tutt’uno
con la “bellezza, la bontà e la verità” che EGLI STESSO ci mette nei cuori;
A noi è anche data la facoltà di scegliere,con lo stesso libero arbitro con cui ci lascia decidere per certe personali scelte!
Sta a noi coltivare questo “giardino” che puo’ rappresentare,in ognuno di noi la nostra piccola porzione di “Eden”!…
…di qua o DI LÀ!!!
“”…fait vos jeux monsieur…””
(P.s. non vorrei aver male interpretato il concetto di fondo del post,…ma tale è il pensiero che mi ha suscitato.Grazie)
Io tornerò
Un giorno, uomo o donna, viandante,
dopo, quando non vivrò,
cercate qui, cercatemi
tra pietra e oceano,
alla luce burrascosa
della schiuma.
Qui cercate, cercatemi,
perché qui tornerò senza dire nulla,
senza voce, senza bocca, puro,
qui tornerò a essere il movimento
dell’acqua, del
suo cuore selvaggio,
starò qui, perso e ritrovato:
qui sarò forse pietra e silenzio.
Pablo Neruda